In questo film c’è sicuramente il tentativo di adattare ai tempi del #Metoo una storia di trasformazione reciproca nello stile de Il diavolo veste Prada. Qui come allora c’è una boss – donna spietata il cui successo è in bilico – e una novellina piena di sogni che le cambierà la vita, in un ambiente di lavoro spietato con le donne. Nei panni della conduttrice sull’orlo del baratro l’inglese Emma Thompson, che modella su di sé Katherine Newbury. Anche la Thompson, infatti, ha iniziato la sua carriera con sketch show in Nothing to worry about e Afresco, prima diventare famosa accanto all’allora marito Kenneth Branagh in vari adattamenti shakespeariani e vincere un Oscar per la sceneggiatura di Ragione e sentimento. Lo stesso spunto autobiografico che si ritrova dell’indiana Molly, le cui esperienze ricalcano molte di quelle personali e professionali di Mindy Kaling, protagonista e sceneggiatrice del film.

Katherine ha da tempo perso la sua verve e il suo rapporto con il pubblico, in parte per snobismo e in parte per le sue scelte lavorative: si circonda di scrittori tutti uguali, che assume e licenzia senza nemmeno più preoccuparsi di ricordarsi i loro nomi, evita coscientemente i temi più caldi e controversi e non si lascia più dire in faccia la verità da nessuno, nemmeno dal marito che ama. Tutto cambia quando, per ragioni di pura correttezza politica, dopo essere stata accusata di odiare le donne, dà una possibilità a Molly, di cui è il mito e che è l’esatto contrario di lei. Se per la giovane protagonista del Diavolo veste Prada l’impiego come assistente in una rivista di moda era solo uno scalino verso un giornalismo più serio, per Molly quel lavoro ottenuto per caso (lavorava come controllore della qualità in un impianto chimico) è il sogno di una vita e non ha vergogna di ammetterlo.

Quanto è trattenuta, graffiante e anaffettiva Katherine, tanto è onesta, diretta e positiva Molly, che il primo giorno di lavoro porta cupcake per tutti, ma sembra vedere benissimo dietro le barriere del suo capo e non si fa scrupolo di criticarla. Se c’è un difetto in questa commedia è proprio la sua protagonista, che sembra avere sempre ragione e, a parte un paio di momenti di sconforto, sembra avere sempre la parola giusta per risolvere la situazione: si tratti del calo di ascolti di Katherine o dei suoi problemi personali, che si fa strada fin troppo facilmente nel club di soli uomini della stanza degli scrittori e alla fine vince tutto dovendo cambiare solo lo stile del suo appartamento.

Del resto le uniche vere nemiche di queste donne emancipate, che rivendicano la carriera come centro nella loro vita (Katherine non ha voluto figli e fatica ad affrontare la malattia del marito, più anziano di lei, che si accontenta di stare dietro le quinte e la sostiene sempre) possono essere loro stesse: dall’altro lato ci sono comici uomini volgari e che soffrono la sindrome di persecuzione del maschio bianco, che teme di perdere il proprio privilegio. Il passaggio dall’ambiente tossico della redazione di Katherine a inizio film al pacifico e produttivo paradiso di diversità che è alla fine, quindi, sembra un po’ un’utopia progressista che non fa i conti con le contraddizioni della vita e l’inevitabile cattiveria dei rapporti che spesso avvelena i luoghi di lavoro. Con il risultato che, con l’apparenza di affrontarlo, seppellisce il contradditorio sotto una nuova ortodossia alla lunga un po’ soffocante.

Laura Cotta Ramosino