Dumbo

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Le vicissitudini di un elefantino separato dalla madre e di un famiglia segnata dal dolore, in un circo oggetto di mire di un uomo spregiudicato

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Dopo la fine della prima guerra mondiale, Holt Farrier fa ritorno a casa, nel circo dove in passato aveva vissuto giorni gloriosi attraverso uno spettacolare numero con i cavalli e dove adesso tira una pessima aria. Ad attenderlo ci sono i componenti della compagnia (un’umanità variegata), il direttore Max Medici e i due figli Milly e Joe, ma molte cose sono cambiate: il conflitto lo ha privato di un arto, una inattesa malattia gli ha strappato via la giovanissima moglie, lasciandolo da solo e alle prese con due ragazzini che non riesce a comprendere, e i suoi cavalli sono stati venduti in cambio di una elefantessa incinta alla quale Holt deve persino fare da balìa e addestratore. I tempi sono duri, la compagnia risente in maniera diretta degli effetti di una crisi che si è abbattuta pesantemente su tutti e nemmeno la nascita del piccolo Dumbo sembra ridonare speranza: il nuovo arrivato ha occhi profondi e penetranti ma orecchie enormi e ridicole. Strappato alla madre, Dumbo, solo e smarrito, proprio come Milly e Joe, trova nei due ragazzini affetto e sostegno. Saranno loro a svelare al mondo intero la rara eccezionalità di questo adorabile emarginato, rendendolo speciale agli occhi della gente, ma facendone presto il facile bersaglio di magnati senza scrupoli pronti a trasformarlo nel fenomeno da baraccone di Dreamland, un magico parco delle attrazioni dove profitto e avidità rischiano di offuscare il senso di comunità che aveva fino ad allora tenuto in piedi il circo di Medici.

Quella di Dumbo poteva essere una storia perfetta da riportare al cinema. Chi meglio di Tim Burton poteva farsi carico della struggente vicenda di un personaggio tanto freak quanto adorabile come il tenero elefantino segnato nella vita da due orecchie che ne fanno un mostro ridicolo, ma che lo rendono anche protagonista di imprese incredibili come quella di staccarsi dal polveroso terreno per spiccare il volo. Ma il rifacimento in live action del film d’animazione del 1941 non riesce a librarsi con la stessa leggerezza del suo piccolo eroe. A risultare debole e forzata è soprattutto la narrazione, popolata da personaggi sprovvisti di un profondo spessore psicologico, troppo vicini a prevedibili cliché, e animata da un percorso degli eventi scontato ed emotivamente poco coinvolgente, segnata dalle evidenti quanto ridondanti analogie tra il mondo degli esseri umani e quello degli animali.

La storia dell’amicizia tra due personaggi emarginati, abbandonati a loro stessi e messi alla prova dalla durezza di una realtà che impone di andare oltre i propri limiti per acquisire sicurezza, non mancherà di appassionare i più piccoli che saranno sicuramente rapiti anche dalle colorate e magiche atmosfere circensi, dall’animazione ricercata, dall’incredibile parco da sogno – con chiaro riferimento a quello disneyniano – e dall’adorabile elefantino protagonista, ma i più avvezzi al cinema del regista ne resteranno delusi.

La mano di Burton appare troppo forzata: tutto è calcolato, lo sguardo sprovvisto di quella gotica meraviglia alla quale ci ha abituato con molto del suo cinema delle origini, mentre l’estro creativo che ne caratterizza da sempre il genio sembra piegarsi alle esigenze narrative che gli impongono di confezionare un prodotto più spendibile che appetibile. A rendere il tutto più complesso è una sceneggiatura troppo matematica, firmata da Ehren Kruger, che è costretta ad aggiungere alla durata originale del film altri 64 minuti, allungando inutilmente una narrazione incapace di smuovere le corde emotive degli spettatori persino durante i momenti più alti, come quelli della separazione tra Dumbo e sua madre o quella dell’addio, a fin di bene ovviamente, tra Dumbo e Milly. E anche se la firma di Burton si palesa in una delle scene più creative del film, le magiche bolle di sapone, o nei rimandi al cinema del suo passato, al circo di Big Fish o a Batman – Il ritorno attraverso la reunion, a ruoli invertiti, tra Danny DeVito e Michael Keaton, quello che viene meno è l’abilità propria del regista, che è propria in genere dei film Disney, di rendere possibile l’impossibile, regalando agli spettatori un nuovo indimenticabile personaggio.

Questo Dumbo va così ad aggiungersi alla lunga lista di live action Disney ai quali manca la giusta meraviglia, quella capacità di lasciarsi trasportare letteralmente dal corso degli eventi, aderendo totalmente, anima e cuore, alla storia e ai personaggi. Dumbo è un film piacevole da vedere, sicuramente ben diretto, perché Burton è pur sempre un maestro nel suo genere, e ben recitato da un cast di grande spessore – a Michael Keaton e Danny DeVito si aggiungono Eva Green e Colin Farrell – ma difficilmente riuscirà a scalfire il memorabile ricordo dell’originale al quale si ispira né a trovare reale spazio nella memoria di chi guarda. Al contrario, ci sembra probabile che finisca ben presto nella lista di quei prodotti troppo pensati e amaramente dimenticabili.

Marianna Ninni