Doppio amore

Doppio amore

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Chloé, una giovane donna molto fragile, si innamora del suo psicanalista Paul con cui va a convivere, ma poi incontra il suo gemello e si innamora anche di lui.

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Chloé è una ragazza tanto bella quanto fragile, con un lavoro da guardiana in un museo d’arte contemporanea e continui dolori al ventre di natura psicologica. Inizia le sedute con Paul, uno psicanalista: in poco tempo si innamorano e vanno a vivere assieme, loro due e il gatto di lei, Milu. Chloé e Paul si amano teneramente, ma lei inizia a sospettare che lui le nasconda qualcosa sul proprio passato. E quando si mette ad indagare e scopre che Paul ha un fratello gemello, Louis, anche lui psicanalista. Di nascosto comincia a fare delle sedute da Louis e si innamora anche di lui. Ama entrambi i gemelli, in modo diverso: uno con tenerezza, l’altro con passione e violenza. Mentre i dolori al ventre continuano, questo “doppio amore” la porterà a perdersi in un gioco di specchi…

François Ozon è un regista molto prolifico, tanto interessante quanto spesso discontinuo. A film decisamente interessanti e riusciti come Frantz o Nella casa ha alternato opere più discutibili come Giovane e bella e Una nuova amica. Qui il regista francese è alle prese con una materia un po’ di riporto, proveniente da matrici hitchcockiane e alla De Palma, e il film non gli riesce a pieno.
Innanzitutto è riuscito il ritratto femminile della protagonista (nel raccontare il gentil sesso Ozon è sempre stato bravo), fragile e forte allo stesso tempo, che si perde pian piano in un labirinto, in un gioco di specchi dove non riesce più a capire dove vada il suo affetto. Marine Vacht, modella lanciata come attrice dallo stesso Ozon nel già citato Giovane e bella, è veramente bravissima nel ruolo di Chloé (oltre che molto bella); come pure è molto bravo Jérémie Renier (attore prediletto dai fratelli Dardenne con cui ha lavorato ben cinque volte, da La promesse fino a La ragazza senza nome) nella doppia parte dei due gemelli. Il talento del regista comunque si vede nella tensione che c’è nella prima parte e nell’organizzazione degli spazi, riuscendo a trasformare i luoghi come l’appartamento, il museo, lo studio in una sorta di proiezioni di un labirinto della psiche della protagonista.
Tutte queste intuizioni e lampi di talento si perdono però in una costruzione narrativa troppo fragile che nella parte centrale inizia a scricchiolare per poi crollare nei troppi finali e controfinali con colpi di scena ridicoli o incomprensibili. Il tutto poi viene anche rallentato da troppo scene oniriche veramente di cattivo gusto. Nel complesso il film perde tensione e i tanti temi sembrano essere sviluppati in maniera autoreferenziale. Sembra un De Palma scaduto, senza virtuosismi stilistici, ma con alcuni manierismi di messa in scena (gli “split screen” su tutti) rubati al maestro americano e appiccicati al linguaggio algido del regista francese.

Doppio amore quindi è un film che può anche incuriosire gli amanti del thriller psicologico, ma finisce presto le sue carte e si risolve in qualcosa di improbabile e un po’ di cattivo gusto. Rimane la sensazione di un film decisamente confuso e un po’ sbagliato.

 

Riccardo Copreni

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