Dopo l’amore

Dopo l’amore

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Una coppia separata in casa, in procinto di divorziare, si riversa tensioni, frustrazioni, pretese anche economiche

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È quasi ora di cena: il papà entra in casa, saluta le due figliolette gemelle di 9 anni, ma c’è qualcosa di strano. La madre infatti si irrigidisce: quello non sarebbe il “suo” giorno; i due sono separati ma lui rimane quasi sempre in casa, dopo un matrimonio durato 15 anni, in attesa di trovare un’altra sistemazione e un lavoro. E poi del divorzio. Intanto, mentre lui c’è ancora e la convivenza risulta alquanto forzaata, le tensioni e le litigate sono continue tra Boris e Marie – anche per la divisione di beni, casa, soldi – e le figlie ne risentono. Boris non accetta la separazione, cerca di far leva sulle figlie, irrompe in una cena della moglie con amici che finisce in malora, creando imbarazzo in tutti. In certi momenti sembra bastar poco per far ripartire tutto: un ballo con le figlie, un momento di distensione, una passione che si riaccende per una sera. Invece, poi, sembra impossibile riaggiustare quel che è stato rotto.

Il film del regista belga Joachim Lafosse sembra la versione contemporanea e francese del bergmaniano Scene di un matrimonio. Anche qui tutto si gioca negli interni della casa, anche qui si parla molto, si mostrano i tanti piccoli episodi – uguali a quelli visti in altri film, eppure efficaci – che delineano la lontananza progressiva dei due coniugi, che peraltro vediamo già separati nei fatti all’inizio del film; si glissa sulle cause, accennano alle conseguenze sulle figlie (che però rimangono sullo sfondo) e all’uso delle stesse che possono fare un marito e una moglie che stanno per separarsi. Qui, in aggiunta, c’è l’aspetto economico in alcuni momenti in primo piano (come si vede dal titolo originale del film, L’économie du couple): oltre alla differenza sociale di partenza tra i due, il rinfacciarsi il valore della casa, le spese sostenute, la percentuale cui si ha diritto o si concede con generosità sono elementi di tensione e recriminazioni tipici di un amore che sta svanendo; perfino il cibo che il marito consuma mentre è ancora in quella casa. La scena della cena con gli amici è invece più classica ma al tempo stesso quella più tesa e angosciante, perché mostra un uomo colpevole e vittima di una situazione in cui non è facile “reggere”: un amore mal dimostrato e goffo, una moglie che non ne vuole più sapere, amici che naturalmente rischiano di “schierarsi”. Un matrimonio contemporaneo, appunto, che va in pezzi come tanti. La madre della protagonista dice la frase più sensata: «Una volta si riparava tutto: calzini, elettrodomestici. Ora invece, si butta subito tutto; vale anche per le persone».

Una storia “claustrofobica”, anche non originalissima, ma molto onesta nel raccontare il sentimento che circonda la rottura di un matrimonio. Una storia resa  molto bene grazie ai due protagonisti Bérénice Bejo (che rischia però di finire in un cliché: il personaggio ricorda quello di Il passato di Ashgar Farhadi) e Cédric Kahn, davvero in parte nel ruolo del marito che ci prova in tutti i modi – anche quelli sbagliati – a salvare il matrimonio. E se alla fine sembra tutto pacifico e “civile”, la faccia affranta di Boris (ma in fondo anche di Marie) dice tutto.

Antonio Autieri

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...