Don’t Worry

Don’t Worry

- in AL CINEMA, CONSIGLIATO, FILM
5696
Commenti disabilitati su Don’t Worry

La vera storia di John Callahan, che a causa del suo problema con l’alcool rimase vittima di un grave incidente che lo costrinse in sedia a rotelle

Download PDF

A raccontare la sua storia, a cominciare senza infingimenti, è proprio John Callahan, interpretato da un Joaquin Phoenix in una delle sue consuete prove di grande intensità. Gravato da un serio problema di dipendenza dall’alcool, John vive con superficialità e leggerezza, finché una notte di sbronze insieme a un amico altrettanto ubriaco (Jack Black, in un film importante dopo un bel po’) li porta a un gravissimo incidente. L’amico alla guida rimane illeso, lui finisce sulla sedia a rotelle ancora 21enne. Convinto di non avere più un futuro, che invece si potrebbe manifestare se solo avesse voglia di non piangersi addosso – come gli suggeriscono gli amici di sventura – e di prendersi le proprie responsabilità. Da lì inizia un lungo e tormentato percorso di rieducazione personale, spalleggiato da una ragazza che gli si affeziona e da un improbabile ma sensibile “guru” di una comunità di disperati (o ex) come lui, ben diversi dal “solito” gruppo di alcolisti anonimi. E mentre lotta contro le sue antiche debolezze e le sue nuove depressioni, John scopre di avere un talento come disegnatore satirico, che diventerà il suo mestiere e la sua valvola di sfogo con cui può sfogare la sua irriverenza mai tenuta a freno neanche in ospedale e di fronte alle crisi più nere. Ma nulla è facile per lui.

John Callahan è rappresentato con onestà e profondità da Gus Van Sant, grazie appunto alla prova di Phoenix (che con il regista canadese fece il suo primo exploit, giovanissimo, nel nerissimo Da morire del 1995) ma anche a una sceneggiatura che non fa sconti al personaggio, che si auto compiange ma non vuole farsi compatire dagli altri, che cerca aiuto senza chiederlo e che è fin troppo duro con se stesso, che corre nel traffico sulla sedia a rotelle e che a volte sembra sul punto di bloccarsi interiormente per sempre. Nella storia ha un grande peso il fatto di essere stato abbandonato da piccolo da una madre immaginata e mai conosciuta, una sofferenza che non ha mai fatto maturare John. Fino all’incidente e all’inizio di un lavoro su di sé nella comunità in cui ognuno ha qualcosa da perdonarsi e da perdonare, da accettare di sé e degli altri. John, che sfoga le sue nevrosi in un talento acre e pungente, senza porsi alcun limite (scherzando su tutto e tutti…) in vignette inizialmente – ovviamente – rifiutate da tutti e che invece (grazie anche al successo che otterrà, bilanciato da insulti e proteste per i suoi eccessi satirici) diventeranno parte della sua “terapia” per una faticosissima rinascita. Ma Van Sant, che da anni alterna progetti più grossi e “da major” ad altri più indipendenti, trova in Don’t Worry (sintesi del titolo originale che è una battuta sarcastica di John: Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot, ovvero “Non preoccuparti, a piedi non andrà lontano”) la misura ideale per il suo talento di narratore diseguale ma spesso acuto quando non si abbandona a sperimentalismi e vezzi d’autore, qui tenuti a freno nonostante un taglio personale, da grande cinema. E infatti, se rimane la curiosità di sapere di più sul vero Callahan (scomparso nel 2010, a 59 anni, quando Van Sant pensava già insieme a lui al film con Robin Williams come protagonista), Don’t Worry è al tempo stesso un’opera ben diversa dal classico film biografico piatto e cronachistico, che gioca con tutti gli elementi della forma e della narrazione, potendo poi contare su due attori straordinari (mentre, tra quelli più noti, Rooney Mara non incide molto). Accanto a Phoenix è ancora più strepitoso Jonah Hill, nella sua forse miglior interpretazione (dopo anni di ottime performance) nei panni dell’amico guru improbabile e toccante, che grazie all’attore (quasi irriconoscibile con lunghi capelli biondi e per via di un notevole dimagrimento) prende vita come un personaggio originale e indimenticabile (gay, credente, a tratti scatenato e in altri momenti fragilissimo).

Come ovviamente il protagonista Callahan/Phoenix, personaggio unico e pure per certi versi simbolico dell’uomo contemporaneo, che ama compiangersi ma pronto a prendere sul serio l’opportunità di una rinascita. Fino a sorprendersi che altri possano affezionarsi a lui, apprezzarlo («aspetta a conoscermi…»), amarlo. E se si accetta sé stessi, si può anche arrivare a chiedere perdono a tutti, perfino a una madre mai vista e a chi ti ha rovinato la vita.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...