Domani è un altro giorno

Domani è un altro giorno

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Due vecchi amici passano quattro giorni insieme, dopo parecchio tempo: uno sta morendo, l’altro è venuto a portargli conforto

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Uno, Giuliano, è un noto attore che vive a Roma; l’altro, Tommaso, lavora e vive con la famiglia in Canada. Sono due grandi amici, di vecchissima data, e che non si vedono da un po’ di tempo a causa della distanza. Ma la malattia del primo, che non dà più scampo, convince il secondo a sfidare la paura dell’aereo e a andare a trovarlo in Italia. E in quei quattro giorni, se possibile, convincere l’amico a non sospendere le cure. Ma Giuliano non ha più voglia di combattere la malattia. Solo di sistemare alcune questioni. La più urgente: trovare un nuovo padrone al suo adorato cane Pato. Saranno quattro giorni di discussioni, con momenti teneri e altri divertenti. E con il dramma sempre dietro l’angolo.

Se la trama vi ricorda qualcosa, significa che avete visto e ricordate lo spagnolo Truman – Un vero amico è per sempre, di cui il film diretto da Simone Spada è un remake molto fedele. Il film di Cesc Gay aveva il punto di forza in una sceneggiatura piena di sottigliezze e soprattutto in un duetto tra due attori meravigliosi e affiatati: lo spagnolo Javier Cámara e l’argentino Ricardo Darín. Altrettanto affiatati sono i protagonisti della versione italiana: Marco Giallini e Valerio Mastandrea, arrivati all’ottavo film insieme (senza citare la striscia seriale, veramente “cult”, Buttafuori del 2006). Eppure, se Truman era davvero molto emozionante e gestiva con maestria il gioco tra i due amici, con una perizia recitativa (e di direzione degli attori), qui i pur bravi attori non reggono il confronto, sia per differente caratura (Giallini si impegna ma non ha l’ampiezza di sfumature di un gigante come Darín) che per minor definizione della regia, un po’ frettolosa e “tirata” via anche nelle scene più intense, dove un attimo in più o in meno di sospensione fanno la differenza.

Dal punto di vista della storia ci sono poche differenze (perfino i nomi, che sono solo  la traduzione degli originali): episodi, divagazioni, singole battute; quasi tutto è identico all’originale, giusto con qualche inserzione di piccoli personaggi di contorno e qualche “spacconata” in più di Giuliano/Giallini (peraltro in parecchie scene non si capisce bene cosa dice); e perfino le musiche ricordano quelle di Truman. Il vero problema è il tono, che ondeggia troppo tra dramma e commedia, ma sempre sopra le righe in entrambi i casi: laddove l’originale gestiva bene i cambi di umore del protagonista (uno strepitoso Ricardo Darín), cui faceva da contraltare l’amico equilibrato e logico (l’ottimo Javier Cámara). Ma al di là dei confronti, che lasciano il tempo che trovano per chi non avrà visto il film spagnolo, Giallini tende al farsesco anche nelle scene più dolorose; e troppo spesso strizza gli occhi e carica i suoi atteggiamenti quando deve far trapelare un emozione; spaice, perché ci convince quasi sempre, ma in questo ruolo non è riuscito a dare il meglio di sé. Più convincente Mastandrea, sempre più bravo e ricco di finezze interpretative e mezzi toni perfetti, anche se in alcune scene pare sul punto di lasciarsi andare a qualche battuta fuori luogo forse proprio per l’antica sintonia “comica” con l’amico e collega. Così anche le scene potenzialmente più forti e commoventi rimangono frenate, anche un po’ sprecate: come le due al ristorante, con incontri fortuiti di conoscenze di Tommaso, di significato opposto (nel primo caso un vecchio amico, imbarazzato, lo evita; nel secondo lo commuove per la sua solidarietà imprevista).

Comunque i due protagonisti rendono piacevole seguire la storia, anche se le perplessità sono appunto molte. Tra queste, quelle relative ad alcuni personaggi di contorno (spesso poco più che camei), tra cui Anna Ferzetti nei panni della cugina dell’uno e attratta dall’altro, personaggio che forse interpretato con troppa freddezza; e anche l’episodio della vista al figlio a Barcellona o l’incontro con l’ex moglie non fa scattare le emozioni richieste da un film che sembra obbligarci a commuoverci, con esiti controproducenti.

Con un materiale così emotivo, onestamente pensavamo di meglio di una commedia di buon mestiere ma senza reale partecipazione emotiva. Mentre i temi “seri”, come la morte incombente, lo strazio dell’abbandono, la necessità di lasciare tutto in ordine (magari agli amici fidati), e anche il tema del fine vita non emergono con nettezza. Il finale giustifica il titolo con la bella canzone di Ornella Vanoni (con parole che sembrano scritte per Domani è un altro giorno, con il bilancio su tutta una vita), interpretata dalla giovane Noemi. Più emozionante di molte scene del film.

Antonio Autieri