Dolor y Gloria

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Un regista in crisi tra ansie, ossessioni e ricordi, ritrova persone importanti nella sua vita

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Salvador è un regista che si avvia verso la vecchiaia, da tempo non fa più un film. Soffre di diverse malattie e vive chiuso in casa, una casa piena di dipinti. A prendersi cura di lui c’è solo la segretaria Mercedes. Riallaccia i rapporti con un suo attore dipendente da eroina (e inizia a drogarsi anche lui) e ritrova un amore del passato. In tutto ciò riemergono ricordi di infanzia soprattutto riguardo al rapporto con la madre.

Pedro Almodóvar è tornato, ed è tornato con un film – in concorso al Festival di Cannes 2019 – che è stato accolto come il suo 8 e mezzo. Un film autobiografico e un film sul cinema. È un’opera lontana dagli eccessi a cui il regista madrileno  ci ha abituato negli anni (pur rimanendo fedele a sé stesso nello stile), è più asciutto e più sofferto, più dolce e meno melodrammatico. Questa apparente freddezza all’inizio può mettere una distanza con lo spettatore, che forse fatica a entrare in una narrazione frantumata tra passato e presente, sogno e ricordo, voce narrante e continue linee narrative che si aprono e si perdono. Ma quando con l’avanzare del film si capisce la struttura e ci si abbandona, il film commuove e arriva dritto al cuore e all’emozione. Almodóvar è uno dei più grandi registi contemporanei europei e questo si sapeva, ma era inedita questa sua chiave così asciutta e sofferta. Il regista spagnolo sta parlando di sé, della propria vita, del suo passato di eccessi e soprattutto del cinema, del proprio cinema e della fatica che richiede fare un film. In un certo senso è un film su cosa significa essere un autore, raccontare le proprie memorie parlando però alle memorie di tutti. Almodóvar, dopo alcuni passi falsi (Gli amanti passeggeri), ritrova qui rinnovata la sua creatività e firma il suo film migliore da tempo, almeno dai tempi di Volver.

A dare carne a questo suo personalissimo racconto c’è Antonio Banderas come protagonista nel ruolo della vita, raramente ci ha regalato un’interpretazione così intensa e di una tale adesione al personaggio. Nel ruolo della madre c’è invece un’altra cara al regista: Penelope Cruz che, come Banderas, deve proprio al cinesta spagnolo la propria carriera. Per completare la reunion c’è pure un cammeo di Cecilia Roth, la protagonista di Tutto su mia madre che intepreta quasi sé stessa.

Insomma un gran film, apparentemente lento, anomalo, ma sincero e forte, che cresce dentro e, come sempre nel cinema di Almodóvar, è intriso di una grande malinconia ma anche di una grande speranza e una grande fiducia nella vita e nell’umanità. Questo affetto arriva a commuovere in diversi punti e soprattutto nel meraviglioso finale meta cinematografico, dove finalmente si svela la struttura narrativa e il protagonista Salvador esce dalla sua crisi. Da vedere.

Riccardo Copreni