Dolceroma

Dolceroma

- in AL CINEMA, FILM, INTERESSANTE
2136
Commenti disabilitati su Dolceroma

Un aspirante scrittore viene chiamato a Roma da un famoso produttore per trasformare il suo unico libro di insuccesso in un grande film: è la grande occasione?

Download PDF

Si comincia dalla fine, ovvero da uno spettacolare incendio che devasta una villa e da un’esplosione che fa volare via il giovane protagonista Andrea Serrano da una finestra. Protagonista che inizia a raccontare con dovizia (anche troppa) di particolari e riflessioni quello che gli è capitato. Mesi prima era un giovane di scarse speranze, che alternava tentativi di scrittura e un romanzo autopubblicato e per nulla venduto al suo lavoro di uomo di pulizie in un obitorio. Poi la telefonata-svolta: Oscar Martello, noto e spregiudicato produttore, vuole fare un film dal suo libro, “Non finisce qui”. Per Andrea, che è anche inseguito da camorristi perché nel libro ha usato loro confidenze “professionali”, andare a Roma significa provare a realizzare il sogno di un lavoro personale, creativo, artistico. Ma niente va per il verso giusto: il produttore è tanto geniale quanto cialtrone  (nonché umorale ed aggressivo), il regista con cui dovrebbe collaborare come sceneggiatore è pessimo e presuntuoso, la protagonista – amante insoddisfatta del produttore – è irrequieta; e il risultato fa schifo. Come salvare il film, pronto per l’uscita tra mille pressioni, dell’ambiente e dall’esterno, tra minacce di tutti contro tutti e in una Roma seducente e pericolosa? Quando irromperanno i camorristi sul set, scoccherà la scintilla per salvare l’opera. Ma un poliziotto sente puzza di bruciato. E l’idea “geniale” porterà solo altre catastrofi…

Debutto alla regia in solitaria per Fabio Resinaro, dopo la direzione a 4 mani con Fabio Guaglione per il notevole Mine, e il lavoro come sceneggiatori e supervisori di Ride. Come le altre opere citate, il taglio dell’impaginazione visiva è moderno, con abbondanza di effetti e movenze a tratti da videoclip, soprattutto all’inizio. Ma c’è anche un eccesso di voce fuori campo, che sottolinea quello che si dovrebbe vedere. Di idee ce ne sono parecchie, sia dal punto dello stile che della narrazione, ma c’è anche molta discontinuità: se la storia di Andrea – al netto dello stile – ricorda da principio la solita vicenda del provinciale in città o del candido nel mondo dei corrotti (e il cinema lo è per eccellenza), la virata finale con tanto di colpo di scena non risulta del tutto convincente, per quanto (troppo) costruita; se il suo personaggio ha tanti elementi credibili (anche grazie all’impegno di Lorenzo Richelmy), ci sono anche numerosi cliché, ambivalenza che riguarda tutti i personaggi, anche di contorno, da Jacaranda Ponti resa bene da Valentina Bellè alla moglie cinica che Claudia Gerini gestisce con cura, dal poliziotto Raul Ventura (Francesco Montanari) al potente distributore di film Remo Gioia (Armando De Razza), entrambi un po’ troppo caricati (e così pure il regista Luca Vecchi e il camorrista Libero De Rienzo, che oltre tutto parla in un napoletano fintissimo che per  fortuna “dimentica” nella scena più divertente del film). Mentre la metafora del miele (che è dolce «ma ci si rischia di rimanerne invischiati»), citata fin troppo nel film con esplicita allusione a Roma, è fin troppo insistita.

Ma il vero valore aggiunto, che rischia di mangiarsi il film, è la prova di Luca Barbareschi nei panni del produttore Oscar Martello. Barbareschi, che è anche produttore del film, non solo incarna alla perfezione stereotipi e verità del personaggio cinematografico arrogante e geniale, ricco e mantenuto, con autostima minima e al tempo stesso un ego smisurato, predatore e pericoloso ma anche a suo modo generoso e paterno («sei il figlio che non ho mai avuto» dice ad Andrea, tra una confidenza e l’altra sul suo passato o sul presente e tra un insulto e l’altro); ma regala al suo Oscar anche una spiazzante umanità pur intrisa di cinismo, che erompe a volte con riflessioni argute, su Roma («una città dove nessuno dice quello che pensa e nessuno fa quello che dice»), sul cinema, sulle persone, sulla vita. E che lascia balenare a tratti squarci di disagio personale. Merito dell’attore, ma anche dell’averlo scritto bene già in sceneggiatura, firmata dallo stesso Resinaro (mentre il soggetto lo firma anche Fausto Brizzi). Comunque un personaggio difficilmente dimenticabile, che pur nella sua negatività strappa applausi e risate a ogni entrata in scena.

Adattato liberamente dal romanzo Dormiremo da vecchi di Pino Corrias (2015), Dolceroma alla fine è un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda dei gusti e delle inclinazioni. Non ci pare del tutto riuscito, per colpa di una parte finale che per sorprendere a tutti i costi vira sempre più al giallo e allo sconvolgente e spreca così in parte, a nostro parere, tanti spunti interessanti e una messa in scena originale con una conclusione tra l’apocalittico e il beffardo (telefonato: chi è rimasto sorpreso dall’ultima scena?). Ma rimane comunque nella memoria tutto il fuoco d’artificio della prima parte, che si snoda a buon ritmo e con numerose soluzioni che movimentano la storia, grazie anche un Martello che se non è da Oscar è quanto meno da David (anche se manca un anno ai prossimi…).

Antonio Autieri