Dogman

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Un uomo tranquillo, che vive per i suoi amati cani e per la sua figlioletta, è succube di un ex pugile violento che terrorizza l’intero quartiere

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La prima immagine è subito forte: un cane si dimena tra latrati inquietanti, mentre un uomo cerca di rabbonirlo, tranquillizzarlo, pulirlo. L’uomo si chiama Marcello e ha un negozio, chiamato Dogman, dove si occupa dei cani. Della loro toelettatura: li lava, li accudisce, gli dà da mangiare, li tratta con amore. Alla fine quel cane si calma, ma quella scena rimarrà in un certo senso isolata: nel resto del film, sono gli uomini ad “abbaiare” furiosi e a esplodere in raptus di violenza, mentre i cani – spesso in gabbia – osservano perplessi. Quel misero negozio in cui Marcello lavora da solo (e dove passa ogni tanto la figlioletta Alida, avuta dalla ex moglie) è un ambiente sordido e squallido, in perfetta sintonia con il resto del quartiere, una non precisata periferia (l’accento di molti personaggi è romanesco, ma nella realtà ci troviamo a Castel Volturno, nel litorale casertano o, meglio, domizio) dove tutto è abbandonato, degradato, trascurato e fatiscente. In questo contesto Marcello si trova a essere succube di Simone  detto “Simoncino”, ex pugile violentissimo e cocainomane: gli fa da palo nei colpi, lo aiuta a procurarsi la droga, subisce le sue angherie senza fiatare. Perché Marcello è mite, debole, remissivo. Certo tutto ciò non gli fa piacere. E quando sente dire da altri negozianti del quartiere, tutti vessati, che «bisognerebbe fare qualcosa per fermarlo», Marcello rimane impressionato. Ma le cose subiranno pieghe sorprendenti…

Dogman, nono film di Matteo Garrone (per la quarta volta in concorso al Festival di Cannes), è l’ennesima favola nera (nerissima) della sua carriera, iniziata sotto il profilo di un “realismo poetico” (Terra di mezzo, OspitiEstate romana) e proseguita, da L’imbalsamatore (2002) in poi, con storie estreme in cui i personaggi si muovono come in un sogno, spesso un incubo, o appunto come in una favola nera. Qui c’è un uomo piccolo e mite, ovvero Marcello (interpretato da uno strepitoso Marcello Fonte, attore sgraziato e capace di infondere purezza al suo personaggio), amorevole con i cani (e con la figlia), ansioso di avere l’amicizia  delle altre persone del quartiere, debole con chi fa la voce grossa con lui come Simone. Per proteggerlo (per paura di lui), Marcello finirà anche in carcere. Al suo ritorno le cose precipiteranno, tra isolamento dei vicini e nuove angherie di Simone.

Il film si ispira, liberamente, al cosiddetto “delitto del Canaro”, che si consumò a Roma negli anni 80. A Garrone non interessa ricostruire fedelmente quel delitto, che trasporta in un’altra zona e in un’altra epoca (è ambientato ai giorni nostri). Più importante, come negli altri suoi film, è il contesto e lo sfondo visivo: un panorama suburbano squallido, tra architetture orribili, costruzioni abbandonate e squarci di natura selvaggia, tanto da far pensare a un incrocio tra un western suburbano e un horror tra l’allucinato e l’onirico (grazie anche ai temi musicali di Michele Braga). Attorno a Marcello – pauroso quando le cose si mettono male, ma anche desideroso di rispetto – non c’è solo Simone, violento e costantemente fuori di testa, ma anche altre persone come i proprietari di negozi e locali accanto a lui che condividono l’insofferenza ma anche la potenziale violenza nei rapporti. Garrone, come sempre, fa parlare le immagini e i volti, quasi pasoliniani nel loro essere espressivi e trasparenti rispetto al loro passato e ai propri stati d’animo), in ciò aiutato da attori tutti in parte e diretti benissimo dall’autore (ancora una volta molto bravo nel tirar fuori il meglio da tutti e “inventarsi” oltre tutto un protagonista inedito, come già avvenuto in Reality con l’attore-carcerato Aniello Arena che qui torna in un cameo). Accanto a Marcello Fonte c’è Edoardo Pesce, all’ennesima trasformazione e all’ennesimo ruolo da duro borderline (ma questa è la sua prova più inquietante): pochi lo riconoscerebbero come il genero sempliciotto in Se Dio vuole. Ma la trasformazione maggiore è quella del protagonista, uomo senza apparenti qualità (che invece ha: vedere come salva la vita di un cane assiderato), e la cui decisione finale non sembra solo una vendetta quanto un sacrificio (con cui perderà l’innocenza per sempre, e si presume non solo quella) per un’intera comunità.

Dogman risulterà respingente per una parte del pubblico, non solo per la violenza che a tratti, soprattutto nel finale, esplode efferata, ma anche e forse soprattutto per il tono angosciante e il contesto degradato tanto da apparire apocalittico. E però, chi ama il cinema e le sue modalità espressive non potrà che convenire che Garrone ha un occhio “cinematografico” come pochi e che sa proporre immagini di cinema indimenticabili, piene di senso e anche di una pietas che dà i brividi. Un autore che osa e si reinventa ogni volta senza ripetere percorsi già battuti, e che ama i suoi personaggi “sbagliati” in un modo spiazzante e sincero.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...