Disobedience

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Una fotografa emancipata e di successo è costretta a tornare nella comunità ebraica dove è nata per celebrare i funerali del padre.

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Quarantenne emancipata e fotografa di successo, Ronit Krushka è costretta a ritornare nella piccola comunità ebraico ortodossa londinese nella quale è cresciuta a causa della morte improvvisa del padre, saggio rabbino e amato capo della comunità. Tra i pregiudizi e gli sguardi di coloro che l’avevano accusata di aver abbandonato il padre molti anni prima, Ronit riprende i rapporti con Esti, amica e amante in gioventù, ora sposata con Dovid, amico d’infanzia comune e designato erede spirituale del capo rabbino defunto.
Dopo l’Oscar portato a casa nella categoria Miglior film straniero per Una donna fantastica, Sebastián Lelio torna a parlare d’amore e libertà personale con la consueta eleganza formale e una storia complessa. Come nei suoi lavori precedenti, lo sguardo dedicato alla femminilità è acuto e attento: in questo caso però l’archetipo della donna controcorrente – che sembrerebbe essere diventato quasi un suo marchio di fabbrica – riesce ad assumere, per una parte del film, una maturità tale da accoglierne ed esplorarne anche le contraddizioni. Di sicuro Disobedience si bea in modo un po’ furbetto di una serie di tematiche calde (libertà sessuale, emancipazione femminile, anticonformismo) capaci di sostenere lo schema narrativo dell’amore negato dalle convenzioni sociali, che di certo non si distingue per originalità.
Eppure, ciò che sembra interessare al regista non è tanto la celebrazione propagandistica dell’amore libero e urlato contro il mondo bigotto e chiuso della religione ebraica: il vero centro intorno a cui orbita l’intera storia è invece l’osservazione delle conseguenze delle scelte che l’uomo compie seguendo la propria vocazione al libero arbitrio.
Le protagoniste femminili nei volti delle bravissime Rachel McAdams e Rachel Weisz sono infatti ben costruite nelle loro psicologie tormentate e contraddittorie, e mai nell’economia della messa in scena si prendono il lusso di semplificare questioni come la fede e la moralità. Seguendo le lunghe e precise celebrazioni della liturgia ortodossa o le ritualità della comunità, non si ha mai l’impressione di un occhio giudicante che vuol prendere a tutti i costi le parti dell’amore libero per sconfiggere il moloch della religione; in modo forse più sottile e azzardato l’idea di costrizione e censura viene però affidata ai colori freddi e alle geometrie perfette e incombenti delle ambientazioni, dalle quali – non a caso – le due amanti devono fuggire per rievocare il loro rapporto. Infatti, dopo una prima fase di distensione e lentezza in cui in modo intelligente si mostra la complessa condizione dei protagonisti, le contingenze della messa in scena obbligano la narrazione a prendere una strada prevedibile, che rientra decisamente nei canoni del genere e che viene salvata in corner da un bravo Alessandro Nivola, qui nei panni di Dovid, marito di Esti e amico d’infanzia di Ronit. Alla fine il carisma del suo personaggio, uomo di fede e grande libertà, risulta più interessante della deriva un po’ adolescenziale che i comportamenti delle due protagoniste finiscono per prendere. Una conclusione un po’ confusa non riesce a sciogliere del tutto gli interessanti nodi tematici portati in ballo fin lì, mettendo in gioco altri eventi e altre questioni per le quali il film non ha tempo – o materiale – a sufficienza da svilupparle appropriatamente.
Disobedience aggiunge dunque un tassello alla già importante carriera di Lelio, facendosi ricordare almeno per la capacità di guardare, anche se solo parzialmente, a temi così complessi con credibilità e senza cedere ad inutili manicheismi.

Maria Letizia Cilea

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