Io, Dio e Bin Laden

Io, Dio e Bin Laden

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Un uomo ai margini della società crede di sentire la chiamata di Dio, per andare a cercare e catturare l’introvabile terrorista Osama Bin Laden

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Fin da piccolo, vittima di bulli, Gary Faulkner è stato ai margini della società. E già a 12 anni, dopo l’ennesimo sopruso, sente una voce che lui identifica con Dio. Che lo consola e gli dice di reagire: lui sarà destinato a cose grandi. Alle soglie dei 50, Gary è senza arte né parte: beve troppo, non ha un lavoro né  una famiglia, si deve sottoporre a continue dialisi ai reni. Ritrovare una vecchia amica di gioventù potrebbe essere una buona cosa: lei, che ha adottato la nipote muta e sulla sedia a rotelle, desidererebbe fare famiglia con lui, ma si deve accontentare di una compagnia saltuaria, anche se costante. E se all’inizio le sue stranezze la fanno ridere, quando insiste nel dire che deve partire per il Pakistan, perché Dio gli ha chiesto (anzi, ordinato) di catturare Bin Laden (non ucciderlo: Dio non può chiedere questo…), inizia a preoccuparsi… Gary, patriottico fino al parossismo, ci proverà in ogni modo: in barca, in deltaplano; incontrerà ostacoli di ogni tipo, sarà sempre sconfitto e sempre ripartirà. Finché un giorno, in tv…

Partendo dall’assunto che la storia, come si vede dai titoli di coda, è tragicomicamente vera – ma ormai lo si capisce sin dall’inizio: più certe storie sono assurde e meno sono frutto di immaginazione – la vicenda di Gary Faulkner potrebbe essere liquidata come quella di uno dei tanti pazzi che abitano il pianeta. Il mix con la comicità demenziale di Larry Charles (quello di Borat e Il dittatore: ma qui meno esplosivo, senza il “suo” Sacha Baron Cohen) riesce però a rendere interessante una vicenda altrimenti solo da brevi in cronaca. In particolare, Nicolas Cage – dopo anni di b movie uno peggio dell’altro – usa un piccolo film (peraltro sfortunato: negli Usa è uscito direttamente in home video: ormai di Bin Laden non si interessa più nessuno) per costruirsi un personaggio memorabile, survoltato e folle e certo più grande del film che lo ospita, che fa rimpiangere le tante occasioni perse da questo nipote di Francis Ford Coppola dalla abbondante filmografia ma anche dal talento discontinuo. Se si ride meno di quanto si dovrebbe (pur se le continue irruzioni di Dio, interpretato da Russell Brand, altro comico attivo nel demenziale), e se le “gesta” di Gary sono un po’ troppo ripetitive, sorprende la tenerezza che si insinua nella storia, grazie al suo rapporto con l’amica Marci Mitchell (Wendi McLendon-Covey), anche lei alla deriva dopo una vita di sconfitte, con un amore che sembra non decollare mai per le scempiaggini del protagonista. Che però, miracolosamente, fa breccia nel suo cuore e in quello di una bambina che non parla, piccolo segno di una realtà che non è solo riducibile all’aneddoto scherzoso sull’uomo che voleva catturare Osama Bin Laden.

Antonio Autieri

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...