Dilili a Parigi

Dilili a Parigi

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Una bambina canaca si trova a Parigi dove, in compagnia di un giovane e con l’aiuto di tanti personaggi famosi, dovrà risolvere un terribile mistero

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Giunta a Parigi di nascosto dalla sua terra lontana (la Nuova Caledonia colonizzata dai francesi) in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, la piccola canaca Dilili – orfanella spigliata e coraggiosa, di pelle scura ma non troppo – fa subito amicizia con Orel, un giovane e aitante fattorino che si offre di farle conoscere la città e le sue bellezze. Siamo in piena Belle Epoque, la villa Lumière è il centro del mondo: è stata da poco costruita la Torre Eiffel, la città è ricca di personaggi importanti e di fervori artistici, culturali e scientifici. Ma non c’è solo gioia e bellezza: Parigi è in preda anche alla misteriosa sparizione di alcune bambine: a rapirle, si dice, sia la terribile setta dei Maschi Maestri. Dilili e Orel iniziano a indagare, con l’aiuto della cantante Emma Calvé, amica di Orel. E di tante altri uomini e donne celebri o che lo diventeranno…

Giunta a Parigi di nascosto dalla sua terra lontana (la Nuova Caledonia colonizzata dai francesi) in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, la piccola canaca Dilili – orfanella spigliata e coraggiosa, di pelle scura ma non troppo – fa subito amicizia con Orel, un giovane e aitante fattorino che si offre di farle conoscere la città e le sue bellezze. Siamo in piena Belle Epoque, la villa Lumière è il centro del mondo: è stata da poco costruita la Torre Eiffel, la città è ricca di personaggi importanti e di fervori artistici, culturali e scientifici. Ma non c’è solo gioia e bellezza: Parigi è in preda anche alla misteriosa sparizione di alcune bambine: a rapirle, si dice, sia la terribile setta dei Maschi Maestri. Dilili e Orel iniziano a indagare, con l’aiuto della cantante Emma Calvé, amica di Orel. E di tante altri uomini e donne celebri o che lo diventeranno…

Il nuovo film di Michel Ocelot, maestro dell’animazione europea già autore di Azur e Asmar e dei tre film dedicati al piccolo Kirikù (i primi due visti anche in Italia), racconta un periodo storico gioioso e pieno di vita e di creatività affiancando a personaggi solari come il buon Orel e l’indomita Dilili – che si deve spesso difendere da gesti e sguardi razzisti, ma apprezza le attenzioni e le dolcezze delle persone gentili – le ambiguità e gli orrori della setta che ruba le bambine. L’obiettivo della banda segreta di malfattori: “educarle” le piccole appartenenti al gentil sesso a un mondo dove la donna sia schiava e sottomessa (letteralmente: le addestrano a stare  e strisciare carponi chiamandole le “quattrozampe”) tanto da essere usata come sedile per gli uomini (e quattro sono usate come sostegno al trono del capo), contro la “corruzione” di una società che le vede studiare, conquistare nuove posizioni nelle arti e nei mestieri, iniziare a farsi strada nel mondo. Senza perdere in fascino e grazia.

Dilili a Parigi, che conferma tutta la qualità dell’animazione di Ocelot e mescola disegni, echi di quadri famosi e anche parecchi fondali fotografici (spesso cartoline d’epoca), è a tutti gli effetti un giallo; o meglio una commedia gialla o un “giallo/rosa” come si diceva un tempo; non tanto perché ci siano storia d’amore in mezzo, ma perché le tensioni della storia sono stemperate dall’umorismo e dalla leggerezza. Come in certi film simili di Woody Allen, da Misterioso omicidio a Manhattan a La maledizione dello scorpione di giada anche se la galleria di personaggi celebri ricorda soprattutto Midnight in Paris. Orel e Dilili – a volte un po’ precisina e petulante, ma comunque simpatica e spesso autoironica e brillante: come quando afferma che nel suo paese la sgridavano perché troppo chiara (il padre era presumibilmente bianco) e in Francia perché troppo scura – incontrano tantissimi personaggi famosi che li aiutano nelle indagini, con consigli e indizi preziosi, o che semplicemente li allietano con la loro arte: tra questi, Louis Pasteur, Sarah Bernhardt, Toulouse-Lautrec, Marie Curie. E poi vediamo o sentiamo citare Debussy, Monet, Renoir, Degas, Proust, Colette, Chocolat, Edoardo VII principe di Galles, lo stesso Eiffel (e una mano la darà il conte von Zeppelin, chiamato al telefono per dare una mano a realizzare un dirigibile), e perfino Louise Michel, anarchica e insegnante che fece da maestra a Dilili insegnandole a parlare perfettamente il francese in tenerissima età (e anche qui c’è un riferimento preciso: la Michel fu deportata in Nuova Caledonia per le sue idee politiche e la partecipazione alla Comune). E altri ne dimentichiamo.

Decisamente troppe, le celebrità, tanto che in alcuni momenti la sarabanda di incontri diventa un po’ stucchevole e fa perdere il filo del racconto e della suspense, mentre le allusioni a cosa diventeranno o faranno quei personaggi risultano incomprensibili ai più piccoli, oscure a chi non li conosce bene e un po’ troppo ammiccanti per chi riconosce i riferimenti: perché le prime volte ci si diverte, alla lunga… E anche lo scioglimento del mistero, con il truce nascondiglio di una setta un po’ caricaturale (protetta da parte di una polizia corrotta), in chiave di invettiva femminista, non convince del tutto: si potevano usare altri stratagemmi narrativi per condannare le violenze contro le donne, per esaltarne il ruolo nella società, per enfatizzare il valore del coraggio e della ribellione contro i soprusi – di cui Dilili è molto dotata – e così via; in altri film, su tutti il citato Azur e Asmar, il “messaggio” è stato declinato con maggior leggerezza. Anche perché all’universalità di certi temi e dello strumento narrativo della favola sembra aggiungersi un’eco di attualità che non giova. E certi personaggi e svolte repentine (l’autista di Emma) sono troppo schematiche per suscitare emozione. La “scrittura” del film, insomma, è un po’ piatta.

Il pregio maggiore però è quello visivo: se in alcuni momenti l’azione è ben condotta e perfino vertiginosa (la corsa folle in tricicletta – il mezzo che usano Orel e Dilili per spostarsi a Parigi – in discesa, scalinate comprese, e la fuga finale), in altri sembra di essere immersi in una realtà  magica, in un’esperienza onirica e sensoriale che ci riempie gli occhi di colori e di sensazioni, tra una dichiarazione d’amore per la splendida capitale francese, nostalgie per un tempo che ci immaginiamo meraviglioso e pieno di bellezza (ma qui incide, come faceva intuire proprio Midnight in Paris, l’eterno rimpiangere le età passate), gentilezza del tocco e qualità dell’animazione. In sintesi: non è il capolavoro che poteva essere, ma non ci si può proprio lamentare.

Luigi De Giorgio