Di nuovo in gioco

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Il vecchio Gus ormai cui vede poco: come farà a riconoscere nuovi talenti per la squadra di baseball per cui lavora?

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A un anno dall’uscita di L’arte di vincere (Moneyball), sul mondo del baseball, Clint Eastwood recita da protagonista in un film che dello sport più amato dagli americani vuole essere l’altra faccia della medaglia. Se nel primo, splendidamente dominato dalla figura di Brad Pitt, il protagonista si scagliava, a suon di statistiche, contro l’intuito degli osservatori del baseball, incaricati di scovare nuovi talenti, in Di nuovo in gioco, Clint Eastwood impersona uno di questi “scouts”, che a dispetto dei diagrammi dei computer, è in grado di sentire, anche solo dal suono della palla che incontra il guanto, la presenza di un potenziale campione. Il grande Eastwood, che cede la regia del film al suo assistente di lungo corso Robert Lorenz, interpreta Gus, che ormai anziano e con problemi di vista, sta per essere emarginato dalla sua squadra. L’aiuto di Mickey, la figlia trentenne (Amy Adams), e del capo degli osservatori della squadra (John Goodman), gli permetteranno però di dimostrare l’importanza del “fattore umano”.

Eastwood è Eastwood, e la sua sola presenza sullo schermo basta a rendere un film meritevole della visione. Però i difetti di Di nuovo in gioco sono evidenti anche allo spettatore più distratto. Nonostante un cast di tutto rilievo, il film è talmente prevedibile che dopo i primi minuti, chiunque in sala è in grado di dire come finirà la storia; i personaggi sono smaccatamente stereotipati (secondo voi un giocatore prepotente e spocchioso, con un ghigno perennemente stampato sul viso, potrà diventare il campione alla fine del film? E invece un giovane e timido immigrato, dall’aria umile e composta?). Non che il film sia brutto: semplicemente corre su binari dritti verso la sua conclusione più scontata, e tutti gli attori non possono fare altro che assecondarla. Se a questo aggiungiamo il fatto che i riferimenti al baseball sono abituali per il pubblico statunitense ma molto meno comprensibili per quello italiano, possiamo solo augurarci che la carriera di Clint Eastwood continui ancora a lungo: se, a ottanta e passa anni, questa fosse la sua ultima interpretazione, sarebbe una chiusura di carriera certamente molto inferiore a quella meritata.

Beppe Musicco

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