Sui fatti occorsi la notte tra il 25 e il 26 luglio 1967 presso il Motel Algiers di Detroit non è mai stata fatta chiarezza, al di fuori delle testimonianze di chi quei fatti li ha vissuti in prima persona. A ispirare la regista Kathryn Bigelow (e Mark Boal, suo sceneggiatore “di fiducia”) nel racconto di questa vicenda sono le rivolte afroamericane dei nostri giorni, iniziate a Ferguson nel 2014 dopo l’uccisione del diciottenne Michael Brown per mano di un poliziotto poi rimasto impunito.
Una lunga prima parte di film si concentra sui tumulti per le strade, mentre solo dopo diversi minuti ha inizio l’azione principale, che fino quasi al termine della pellicola ci terrà prigionieri col fiato sospeso all’interno del motel. I poliziotti fanno qui irruzione dopo aver intercettato degli spari indirizzati verso di loro: scagliandosi con violenza contro gli ospiti dell’albergo, giurano di non lasciarli liberi finché non salterà fuori chi ha sparato i colpi. “Regista” improvvisato dell’operazione è l’agente Krauss, giovane poliziotto tra l’impulsivo e il subdolo, il genere di persona che uccide alle spalle un uomo disarmato e poi gli mette in mano un coltello per nascondere la propria colpa. Affiancato dai colleghi, Krauss crea una situazione di terrore in cui la ricerca della verità (scoprire chi ha sparato) è soltanto un pretesto per torturare le vittime. È in questa lunga sequenza di tensione che la regia della Bigelow incide maggiormente e, supportata dal montaggio serrato di William Goldenberg, sottolinea quello che rappresenta il nucleo della vicenda. Ognuno dei protagonisti reagisce a modo proprio: c’è chi, come il veterano Greene, da prigioniero subisce le violenze ma senza mai piegarsi, e chi invece, come la guardia giurata Dismukes, si divide tra il tentativo di mantenere l’ordine e la paura di affrontare la realtà.
La bravura degli interpreti certamente aiuta l’immedesimazione rispetto alla situazione raccontata: spicca in particolare Will Poulter, che nella parte odiosa di Krauss regala una prestazione da Oscar.
Nonostante la regia curata, i tempi narrativi creano una certa confusione rispetto allo scopo del film. La parte introduttiva, che serve a presentare i personaggi e insieme seminare lo spirito di denuncia, si presenta eccessivamente lunga e ricca di inutili ripetizioni. La sequenza centrale nel motel sembra in compenso non approfondire granché il discorso sugli scontri razziali, preferendo invece dedicarsi (in modo anche un po’ compiaciuto) a uno studio delle dinamiche tra vittime e carnefici. Quello che segue è un finale sbrigativo, che non penetra sufficientemente a fondo nella vicenda, lasciando un senso di incompletezza.

Maria Triberti