Detachment – Il distacco

Detachment – Il distacco

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Un supplente si ritrova a insegnare nel peggior liceo della città.

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Gran film tutto centrato sulle difficoltà e le grandi opportunità che può dare un mestiere complicatissimo come quello dell'insegnante. E' diretto da Tony Kaye, lo stesso regista del bello ma durissimo American History X, un altro film in cui l'educazione e in generale i maestri giocavano un ruolo importante nella vita dei ragazzi. Lo stile è secco, il linguaggio e le ambientazioni realistici: Kaye, che prima di essere un regista è un fotografo e forse proprio per questo uno dei suoi personaggi riesce a esprimersi e comunicare solo con l'ausilio di una macchina fotografica, mette in scena una storia a metà tra il racconto di finzione e il documentario. Sin dalle prime immagini, dopo gli espressivi, originali titoli di testa, ritroviamo Adrien Brody (bravissimo, in uno dei ruoli più intensi della sua carriera), raccontare al freddo obiettivo di una telecamera la sua storia, dolorosa e difficile. Precario da anni nell'insegnamento di inglese e con una vicenda famigliare alle spalle molto triste, è sempre stato considerato un buon supplente, il migliore sulla piazza. Così quando la preside Dearden interpretata da Marcia Gay Harden, in crisi per i pessimi risultati della scuola di cui è a capo e per la cronica mancanza di fondi, lo chiama in soccorso, Brody finisce nel vortice di una scuola che pare un campo di battaglia in cui i docenti sono insultati da famiglie e studenti coalizzati, gli episodi di bullismo non si contano, il sesso e la volgarità dominano, le riunioni con i genitori sono disertate dai genitori. Facile cadere nella depressione più totale, e non mancheranno studenti e persino professori che non riusciranno a reggere la situazione, eppure il supplente Barthes, sin dal primo approccio coi ragazzi, non si dà per vinto e, piano piano, attraverso tante sfide alla loro intelligenza, tanta pazienza, tanta sollecitudine comincia a catturare l'attenzione e il cuore di alcuni di loro. C'è chi prende sul serio questo docente molto comune che dice cose non comuni; c'è chi comincia a seguire gli incitamenti di Barthes a scrivere per condividere anche i momenti più duri della propria vita e chi, gradualmente, decide di provare quell'antidoto molto efficace all'olocausto pubblicitario, per cui si deve credere a tutte le immagini da cui si è bombardati, comprese quelle in non siamo d'accordo, un antidoto che si chiama lettura. E c'è chi, con sommo stupore, comincia a non sentirsi più invisibile, comincia a essere guardato, oggetto d'attenzione disinteressata da un supplente che diventa un punto di riferimento. Per raccontare il legame che si instaura, con gran fatica e tante sconfitte, tra il supplente Barthes e i suoi alunni, Kaye si discosta totalmente dal modello de L'attimo fuggente per abbracciare un registro più quotidiano e meno spettacolare Barthes non ha l'inventiva, l'estro e il carisma del professor Keating. Non vive per la scuola e anzi i suoi problemi nella vita privata finiscono inevitabilmente in classe: è a volte insicuro, molto solo e non gioca con la pelle dei ragazzi per una propria affermazione. Sa però cosa c'è di buono e di cattivo nella vita e sa che cosa ha imparato negli anni di studio: conosce, potremmo dire, le cose essenziali che un insegnante dovrebbe conoscere. Che ai ragazzi bisogna proporre dei fatti e non delle idee: niente discorsi campati per aria ma tanto lavoro, condivisione, ascolto, tanti compiti. E così, appena entrato in classe, chiede a degli studenti fino ad allora abbandonati a se stessi, di scrivere, provocatoriamente, del proprio funerale. Sa che i ragazzi hanno bisogno di regole ma sa anche che è necessario un sano, per quanto a volte doloroso, distacco tra docente e studente. Sa soprattutto che il maestro è colui che indica una strada da percorrere ma che la strada devono decidere di farla i ragazzi. Così il rapporto, con punte di grandissimo dramma, tra Barthes e due ragazze, una sua studentessa obesa e con problemi in famiglia, l'altra, una prostituta che lui cerca di tirar vita dalla strada, è significativo e dice di tutta la sollecitudine appassionata di quest'uomo che, pur nella difficoltà quotidiana di una vita che non fa sconti a nessuno, affronta la realtà, anche quella più dura, a viso aperto e lottando sempre per il bene dell'altro. Ricco di spunti e anche di problematiche che regista e sceneggiatore (Carl Lund, al suo primo film) volutamente non chiudono, Detachment è un film in cui è evidente che il primo bisogno per i ragazzi (ma anche per gli adulti, a volte più smarriti dei ragazzi) è quello di un maestro, un punto di paragone da cui essere aiutati a verificare cosa è bene e cosa è male, cosa è bello e cosa è meno bello, e in cui è evidente che l'educazione non è semplicemente assimilazione, ma è una lotta, all'ultimo sangue, tra il preconcetto e la carità, la presunzione e la condivisione, l'egoismo e la passione per il bello e il vero.,Simone Fortunato

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