Forse il meglio è davvero già passato. Ieri alla 76a Mostra di Venezia (28 agosto-7 settembre) il concorso non ci ha certo regalato le opere migliori. Anche se la prima, Om det oändliga (About Endlessness) è diretta dallo svedese Roy Andersson che pochi anni vinse il Leone d’oro con Un piccione riflette seduto su un ramo riflette sull’esistenza che estasiò parecchi al Lido ma non chi scrive (anzi…). Sulla falsariga di quella lunga serie di brevi quadri su vicende contemporanee o del passato, ma tutte segnate dall’assurdità e mostrate con cinico sarcasmo (tipo: un uomo muore in un bar e gli altri avventori si fanno avanti per il panino e la birra che aveva appena pagato), anche il nuovo film ci mostra – con l’accompagnamento di una voce fuori campo che spesso anticipa quello che vedremo – una teoria di personaggi anonimi, di cui non sappiamo nulla, alle prese con vicende surreali, patetiche, disperanti o tragiche: il prete che ha perso la fede e cerca da un medico la soluzione al suo dramma, un padre che ha ucciso la figlia per salvare l’onore della famiglia ma se n’è pentito, un vecchio avvilito dal fatto che un antico compagno di scuola faccia finta di non riconoscerlo, un uomo su un autobus che piange perché non sa cosa vuole, un marito geloso che schiaffeggia la moglie in pubblico. E poi storielle minime che vorrebbero essere buffe o allegre (ma con poca leggerezza, a parte tre ragazze che ballano per strada) ma che spesso sono angoscianti o irritanti, con qualche excursus storico (si vede Hitler). Ma più di tutto lo è lo sguardo del narratore che quasi mai ci mostra i volti delle persone (mai un primo piano, quasi a negare identità a persone – riprese obliquamente – che sono minuscole nell’assurda storia del mondo) e che a suo dire voleva «sottolineare la bellezza di essere vivi e umani» attraverso contrasti e rivelando anche il lato peggiore di un’esistenza di cui si mostrerebbe «l’infinità dei segni». A noi pare uno sfoggio di nichilismo ilare che ci rattrista profondamente, in cui non c’è un grammo di pietà per il dolore umano né tanto meno di bellezza (nonostante l’ultima scena, in cui un uomo sostiene – nell’indifferenza generale e con un tono poco convincente – la bellezza delle cose). Il pregio maggiore: dura solo 76’, crediti compresi (Antonio Autieri)

Sempre in concorso era di scena anche Atom Egoyan con Guest of Honor, film con David Thewlis, Laysla De Oliveira, Luke Wilson, Rossif Sutherland e Arsinée Khanjian (moglie del regista), in cui una serie di misteri familiari faticano a venire alla luce. Veronica è una giovane insegnante di musica che si rivolge al locale parroco per organizzare il funerale del padre Jim, ispettore sanitario. Il colloquio col sacerdote dipana la storia di un rapporto doloroso, scattato prima con la morte della madre e successivamente con la morte della maestra di musica. Purtroppo la scomparsa di queste due persone genera una serie di incomprensioni e un senso di colpa in Veronica che la porta ad accusarsi di un reato non commesso e finire in carcere. Una situazione che il padre non sa come affrontare, e che cerca di compensare con lo scrupolo nel lavoro. Egoyan è maestro nel creare un’atmosfera tesa e oscura, mascherando fino alle rivelazioni finali. Ma spesso si rimane invischiati in questa “oscurità” e in una trama fredda, che nonostante il talento degli attori non riesce a far scattare l’immedesimazione dello spettatore. Così, complici anche i troppi finali che si susseguono, il film resta un notevole esercizio di stile, ma che non riesce a trasmettere emozioni che una storia di questa fatta dovrebbero invece far traboccare. (Beppe Musicco)

Emozioni che paradossalmente possono venir fuori, a volte, da un documentario. Fuori concorso ci ha colpito infatti Colectiv, documentario di produzione rumena diretto da Alexander Nanau che rievoca la tragedia dell’incendio nell’omonimo night club a Bucarest, nel 2015, che costò la morte di 65 persone: ma più della metà non direttamente la sera dell’incidente (che già creò forti polemiche per le carenti misure di sicurezza) ma negli ospedali in cui erano stati ricoverati; e la maggior parte, non per le conseguenze delle ustioni ma per infezioni dovute alla situazione disastrosa degli stessi ospedali, con batteri pericolosissimi di cui i responsabili erano al corrente. Ma tra vertici ospedalieri, governo e aziende fornitrici (in particolare la Hexipharma) fu una gara a comportamenti criminali e a menzogne in serie. Il documentario racconta in presa diretta – ovvero con riprese girate all’epoca dei fatti e con testimonianze di giornalisti, informatori e funzionari del governo – come le grida di dolore dei parenti furono prese sul serio da un gruppo di giornalisti che investigò sul caso, scoperchiando un caso di gravissima malasanità, facendo cadere il ministro della Salute, sostituito dal giovane attivista la nomina di Vlad Voiculescu che darà una svolta di trasparenza, e mettendo in crisi il governo stesso. Ironia della sorte, i giornalisti erano Cătălin Tolontan e altri colleghi della Gazeta Sporturilor, la Gazzetta dello Sport locale… Film di denuncia di un sistema corrotto (si risparmiava sui disinfettanti diluiti con l’acqua dieci volte, per venderne dieci volte di più e con quei profitti creare fondi neri per mazzette) ma anche capace di restiture un ruolo sociale a chi concepisce il giornalismo come missione per la verità, Colectiv è un film che invece difficilmente si vedrà altrove dopo Venezia. Ci consideriamo dei privilegiati. (Antonio Autieri)

Infine, dalla sezione autonoma Settimana della Critica arriva Psycosia. Una psichiatra prende in cura una paziente particolarmente problematica, intraprendendo con lei un percorso di recupero che porterà entrambe a confrontarsi con i punti più oscuri della propria personalità. Con un cast completamente al femminile e spazi claustrofobici, Marie Grahtø mette in scena un thriller psicologico sulla duplicità della nostra mente e sul conflitto morale/desiderio come motore dei comportamenti umani. Un tema antico e importante, qui banalizzato da un eccesso di sensazionalismo e da uno spunto narrativo non esattamente originale. Nella prima parte una tensione sostenuta da personaggi enigmatici stimola la curiosità dello spettatore, che però intuisce fin troppo presto il punto di arrivo della storia. Si ha una continua impressione di ambizioni da film d’autore, mai raggiunte anche a causa della scarsa originalità della messa in scena, che si nutre di un immaginario ormai troppo popolare per destare sorpresa o curiosità nello spettatore. (Maria Letizia Cilea)