Deadpool 2

Deadpool 2

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Quando gli viene portata via l’amata Vanessa, Deadpool perde ogni ragione di vivere. Almeno finché i suoi amici gli trovano una nuova missione…

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Un paio d’anni fa la prima avventura cinematografica del mercenario sboccato e logorroico e dai poteri mutanti aveva conquistato a sorpresa il pubblico (e pure buona parte della critica). In un mondo di supereroi con superproblemi e grandi responsabilità, pronti a salvare l’universo, irrompeva (per il vero lo aveva fatto qualche anno fa in sordina in una delle avventure in solitaria di Wolwerine, come ci ricorda una delle scene dopo i titoli) un mutante senza ideali, egoista, sboccato, incline alla violenza, anche immotivata, e molto compiaciuto di se stesso. Poi certo, tra una citazione cinefila e una battuta e l’altra a favore di macchina Wade Wilson (questo il suo nome originale) salvava un po’ di gente e faceva fuori i cattivi, ma senza mai prendere sul serio né se stesso né la sua missione.

Rispetto al primo, questo film guadagna una trama un po’ più articolata (i buchi ci sono, ma astutamente anche quelli diventano oggetto di umorismo) che va a sostenere il susseguirsi di gag più o meno riuscite per una durata di due ore, alla fine delle quali lo spettatore (ma anche alcuni di quelli che si considerano suoi amici) farebbe di tutto per far tacere Ryan Reynolds.

La storia in sé è molto classica: quando in apertura Deadpool dichiara che il film, a dispetto dei divieti, è una storia sulla famiglia, non sta facendo una battuta. Famiglia in senso lato, ovviamente, perché se da un lato la maturità acquisita di Wade convince la fidanzata Vanessa a fare finalmente un figlio con lui, dall’altro il percorso del supereroe prevede l’assunzione degli obblighi paterni (sacrificio compreso) nei confronti di un giovane mutante obeso e problematico che rischia di finire sulla cattiva strada.

Non c’è pericolo che nel percorso Wade perda il suo caustico umorismo o si faccia dettare l’agenda dai benintenzionati amici mutanti che vorrebbero fare di lui un X-Man a tutti gli effetti, come gli ricorderanno amici e nemici se non supererà lo stadio di stagista prima di mandare tutto quanto alla malora e decidere di fare a modo suo.

La creazione, con esiti altrettanto disastrosi, di una squadra fatta a modo suo è uno dei momenti più esilaranti della pellicola: tra mutanti dai poteri più inquietanti che effettivamente utili (a parte Domino che ha come superpotere efficacissimo, la fortuna…) e apparenti omaggi al politically correct progressista, per cui oltre che a prevedere la presenza di donne e minoranze, serve un nome neutro per non discriminare nessuno. Del resto, e l’elemento è stato strombazzato dai media americani, il film è il primo a mettere in scena una coppia di supereroine mutanti lesbiche (ma c’è da credere che anche qui, vista la nazionalità giapponese della fidanzatina della vecchia conoscenza Testata Megasonica, ci sia dietro un rimando ai manga).

La formula rimane la stessa del primo film, con la combinazione di linguaggio sboccato, citazioni e violenza fatta apposta per mandare in solluchero gli adolescenti che in teoria non dovrebbero vederlo. Le citazioni e i camei, oltre a quelli dei compari della Marvel, spaziano dai personaggi e situazioni della rivale DC Comics (c’è anche uno sberleffo a Batman contro Superman) a tutta la filmografia degli scorsi decenni (da Forrest Gump a Robocop, James Bond e Terminator, ma anche Frozen e Yentl).

Lo stesso vale per la musica e le scelte di cast, a partire da Josh Brolin nei panni dell’antagonista Cable, che a un certo punto Deadpool apostrofa come Thanos, il nome del personaggio che Brolin interpreta nella saga degli Avengers. In tutto questo non è mai chiaro se a Deadpool interessi davvero portare fino in fondo la sua missione o semplicemente portare all’esasperazione chi ha di fronte, a furia di botte o di battute. L’unica cosa che rimane “sacra” in questo panorama è proprio l’amore di Wade per Vanessa: il motore, nel bene e nel male, di ogni sua scelta.

Resta il fatto che ci troviamo di fronte a un prodotto innanzitutto derivativo, che vive in modo “parassitario” della fortuna planetaria del mondo superomistico della Marvel, un genere che nel bene o nel male è diventato il punto di riferimento, in termini di incassi ma anche di universi e formule narrative, della cinematografia americana recente, un po’ come una volta lo era il western.
L’operazione è riuscitissima dal punto di vista degli incassi, ma a tratti riesce un po’ difficile digerire questo collage survoltato di elementi eterogenei, sparati a ritmo sostenutissimo, in cui viene il dubbio che il senso sia in fondo solo un accessorio.
Laura Cotta Ramosino

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