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Titolo: Dark Places – Nei luoghi oscuri (Dark Places)
Francia 2015 – 113′
Genere: Azione/spy
Regia di: Gilles Paquet-Brenner
Cast principale: Charlize Theron, Nicholas Hoult, Christina Hendricks, Chloë Grace-Moretz, Corey Stoll
Tematiche: Serial killer, colpa, mistero
Target: sopra i 14 anni

Una donna, sopravvissuta da piccola a un terribile omicidio in famiglia, cerca di far luce sui fatti del passato.

Recensione

Thriller buono per metà, e cioè tutta la prima parte che si configura come vero e proprio thriller psicologico. Libby Day è una giovane donna con un passato oscuro con cui fare i conti: il fratello, infatti, è in carcere da 28 anni, da quando cioè, a metà anni 80, ha massacrato madre e sorelle a fucilate. Finiti i soldi ricevuti negli anni da tante donazioni di gente comune e generosa, colpita dai terribili fatti, Libby non sa più di che campare. L’occasione gli è data da un gruppuscolo di nerd, appassionati di cronaca nera, che la vorrebbero invitare ai loro raduni per cercare di capire qualcosa di più su quel cruento omicidio.
Thriller dalle premesse interessanti, tutto centrato su Charlize Theron che nei panni della giovane donna conferma di essere attrice credibile in ruoli drammatici. Il regista, il francese Gilles Paquet-Brenner (lo stesso de La chiave di Sara, un altro thriller doloroso tutto al femminile e tutto giocato sul filo della memoria), si trova a suo agio nel dirigere un buon cast (oltre alla Theron ci sono anche Christina Hendricks, Nicholas Hoult e Chloë Grace Moretz, quest’ultima in un ruolo sin troppo sopra le righe). Il personaggio di Libby è ben disegnato e verosimile, di fatto riaggiorna la figura classica di chi deve affrontare il mostro del proprio passato. La narrazione tesa e non priva di durezze e anche di quei colpi di scena che ricorda il più riuscito L’amore bugiardo (l’autrice del romanzo è la stessa, Gillian Flynn): ci si addentra in un vero e proprio viaggio oscuro nella memoria della protagonista, aiutata nel suo cammino da un gruppuscolo di figure sin troppo letterarie (gli appassionati di cronaca nera del Kill Club). Lo spettatore, man mano che si scava nella memoria e man mano che affiorano i ricordi – che il regista sottolinea attraverso un richiamo visuale con parecchi flashback – comincia ad inorridire non sapendo ciò che potrebbe venire alla luce ma, in qualche modo, presentendolo. E i pezzi, come le tessere di un mosaico, si ricompongono, pian piano, dolore su dolore, come in una vera e propria indagine, condotta dalla protagonista che cerca indizi e soprattutto testimoni: il fratello in carcere, il padre scomparso da anni, i compagni di scuola.
Il tutto in un climax di tensione che purtroppo chiude molto male. Il finale, che non sveliamo, appare infatti assai forzato e improbabile: soprattutto, la somma degli indizi e di un’indagine anche rigorosa, quasi scientifica, sembra perdersi nella ricerca di un colpo di scena tanto inaspettato quanto artificioso. È un peccato: è lo stesso difetto di sceneggiatura che si riscontrava già nel più coeso L’amore bugiardo, lo ritroviamo qui con un regista, comunque capace di rendere personaggi e contesto credibile con uno stile secco che ricorda anche certi thriller grandi degli anni 90 (l’inarrivabile e qui citato Il silenzio degli innocenti), cui manca però un colpo di coda finale con cui tenere insieme due parole inconciliabili: terrore e perdono.

Simone Fortunato