Dafne

Dafne

- in AL CINEMA, CONSIGLIATO, FILM
2008
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Dafne ha 35 anni. Vive la sua vita normale, con i genitori, e ha la sindrome di Down. Ma un giorno muore sua madre.

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La realtà è sempre fonte di ispirazione. Lo sa bene Federico Bondi che ha confezionato con amore Dafne, il suo secondo film che ha vinto il Premio Fipresci (Federazione Internazionale della stampa cinematografica) allo scorso Festival di Berlino. La storia è semplice, di una semplicità tale che si potrebbe chiedere come se ne può creare un lungometraggio: Dafne (interpretata dall’esordiente Carolina Raspanti) ha trentacinque anni, e ha, come tutti coloro che hanno la sindrome di Down, un cromosoma in più che la porta a ricevere un’attenzione “diversa” dai genitori e dagli amici. Lavora in un supermercato, riceve le confidenze dei colleghi e degli amici e sa farsi volere bene da tutti. Tutto sembra scorrere normale nella sua vita, ma il flusso della quotidianità si ferma. Sua madre Maria (Stefania Casini) improvvisamente si sente male: all’ospedale tentano il possibile ma il suo cuore non ce la fa. E così Dafne si ritrova da sola, in quella casa vuota e ordinata, con il padre Luigi (Antonio Piovanelli) e con un peso nel cuore, che solo il distacco da chi si vuole bene può portare. La pietà non è un sentimento che solleva l’animo. Neanche quelle pillole che l’infermiera, convinta del suo mestiere, vuole dare a Dafne. Il distacco è troppo forte anche per Luigi e per i suoi tanti anni vissuti accanto alla moglie. La fuga dal dolore potrebbe essere una via percorribile, ma è davvero quella che alleggerisce tutto ciò che si è costretti ad accettare?

Federico Bondi – dopo un’opera prima ormai lontana dieci anni, molto premiata come Mar nero – realizza un piccolo grande film, dove solo in alcuni momenti si avverte la percezione che la costruzione scenica ha troppo spazio sulla finzione e che la recitazione potrebbe essere più naturale. Sono brevi momenti che lasciano lo spazio a un film pieno di luce e di speranza. I dialoghi che scandiscono gli incontri, i passaggi e il viaggio verso la casa “natale” di Maria sorreggono lo sviluppo degli eventi ai quali si assiste senza desiderare che la vita sia un’altra. Si assiste come spettatori a qualcosa di grande, come grande (senza rivelare niente) è l’immagine finale – la più bella del film, che ci lascia una fortissima emozione – di un semplice palloncino che acquista un valore indimenticabile perché è stato gonfiato da qualcuno.

Portare il dolore al cinema non è un’operazione semplice. Far reggere un film su una donna che non finge, ma è fiera di essere così com’è, è un invito ai cineasti a non premere il pedale della finzione irritante, ma a sapere, con leggerezza e senza ridondante retorica, raccontare la vita. Lo spiega bene il regista: «Alla fermata dell’autobus vidi un padre anziano e una figlia con la sindrome di Down che si tenevano per mano. Fermi, in piedi, tra il via vai di macchine e passanti mi apparvero come degli eroi, due sopravvissuti. Dafne nasce da questa immagine-emozione, la scintilla che mi ha spinto ad approfondire». Ma Dafne non ci sarebbe senza la carica umana e umoristica di Carolina Raspanti, che al contempo è sé stessa e recita immergendosi nel personaggio, in un tutt’uno indistinguibile. Lei, che non aveva nemmeno letto una pagina di sceneggiatura, fa comprendere con la sua stessa persona quanta ricchezza, talento, umanità e dedizione (come spiega il padre commosso in una bellissima scena) ci siano in chi vive la propria abilità diversa e accetta la propria condizione con una maturità esemplare.

Emanuela Genovese