Da zero a dieci

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Quattro trentenni decidono di tornare a Rimini per continuare un week end passato anni prima, ma mai terminato.

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Dopo l’ottimo Radiofreccia, Luciano Ligabue non si ripete. Magari sarà sincero, ma il film è banale, retorico e, a parte Pierfrancesco Favino (pur poco credibile nella parte del gay che ama travestirsi), mal recitato. A tratti anche volgare.

Soprattutto, se in Radiofreccia si raccontava un’amicizia con accenti di verità pur nel degrado umano (causato dall’ideologia anni 70 di “sesso, droga e rock and roll, soprattutto droga), in Da zero a dieci prevale il senso di disfacimento. Ma fosse solo quello: non si riesce a sviluppare né una narrazione coerente, né personaggi credibili e sfaccettati (e quindi veri). E il finale che rievoca la strage alla stazione di Bologna è così appiccicato da suonare più come la concessione a un “obbligo civile” che a un’urgenza morale. Un passo falso, che probabilmente pregiudicherà il futuro cinematografico del rocker emiliano.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...