Cuore sacro

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Una giovane imprenditrice va in crisi dopo il suicidio di una coppia di amici. E grazie ad alcuni incontri scopre il bisogno

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Una giovane imprenditrice va in crisi dopo il suicidio di una coppia di amici. E grazie ad alcuni incontri scopre il bisogno di credere.,PERCHE' SI',Regista apprezzato da un suo pubblico grazie a Le fate ignoranti e a La finestra di fronte, Ferzan Ozpetek è regista manierato e sensibile, accattivante e sincero, “epidermicamente” sentimentale (grazie anche a un’estetica curatissima – belle musiche, belle immagini, belle frasi – e un po’ fredda) ma a tratti capace di cogliere davvero alcune domande del cuore. Dopo i problemi sentimentali dei protagonisti dei film precedenti, in Cuore sacro si avventura in un terreno difficile, minato: la religiosità. E racconta di una crisi vera, quella dell’imprenditrice – spalleggiata da una zia senza scrupoli – che è interpretata da un’intensa Barbora Bobulova. E partorisce un film strano, che prende tante strade e non sempre sa dove parare (ma lo erano anche i film precedenti, l’economia e la sobrietà narrativa non è il suo forte). La giovane donna, sconvolta da un doppio suicidio, si incuriosisce per l’amicizia con una ragazzina, rapporto destinato a interrompersi bruscamente, e intanto cerca le orme di una madre non conosciuta. C’è di tutto in Cuore sacro: la rivolta contro la grande società senza scrupoli e l’imprenditorialità rapace (molto retorica la contrapposizione tra le due anziane sorelle: una spietata, l’altra considerata pazza perché “ribelle” a quello stile di vita), la compassione per i diseredati, il desiderio di non interrompere il rapporto con i propri morti, la ricerca di una sofferta religiosità. Il tutto un po’ frullato, senza un’idea di fondo chiara. E qualche spunto interessante – la figura del giovane prete che non capisce le sue vere intenzioni – si perde via, in maniera deludente, con il cliché della Chiesa organizzatrice contro lo spontaneismo di una religiosità personale. E che forse non a caso finisce nella crisi mentale, con tanto di ricovero in ospedale psichiatrico…,Eppure… Non si può negare che la domanda di senso di fronte alla morte sia sincera, convincente (non solo perché, dice il regista, innescata da lutti autobiografici); e non si possa liquidare facilmente, come pure è stato fatto. C’è il disagio di fronte a una società non solo spietata con i poveri e gli ultimi e il desiderio di fare qualcosa (com’è è umana la distribuzione dei sacchetti della spesa nelle case, e quelle figure orgogliose che non vorrebbero accettare la “carità”), ma anche che certe domande le emargina e ridicolizza. In fondo, anche la parabola triste degli slanci della protagonista dimostrano che il puro attivismo non risponde al cuore: questo Ozpetek sembra intuirlo. E l’immagine finale della dottoressa che prende in cura la Bobulova (“vede questa pianta? Stava morendo, da quando mi sono preso cura di lei è rifiorita…”) non è originalissima ma è lo stesso toccante e profondamente umana. ,Poi, certamente, alle domande non solo non seguono ipotesi di risposta, ma si cerca una consolazione “spirituale” debole, irrazionale (tanto che la protagonista sembra più un’invasata che una donna in ricerca), con una sentenziosità di fondo che può risultare a turno intrigante o irritante (“le religioni sono come vascelli, però gli uomini si affezionano al vascello e si dimenticano della meta”). Certi riferimenti suonano troppo alti e ambiziosi (Europa ’51 e Stromboli di Rossellini, Teorema di Pasolini) e il risultato complessivo, analizzando un po’ freddamente la resa, è parzialmente insoddisfacente. Però spunti, domande, urgenze non sembrano – ripetiamo – insincere. E di questi tempi parlare di morte, destino, ricerca religiosa con sincerità non ci sembra pochissimo. Tanto che una visione – pur critica – il film la merita, eccome.,Antonio Autieri,PERCHE' NO,È fin dal suo inizio che Cuore Sacro lascia perplessi: un suicidio poco chiaro, che rimanda a oscure operazioni finanziarie e che sconvolge una giovane manager. Poco si sa di questa donna, e ancor meno si capisce: ha una zia che la tiranneggia (vera anima dell’azienda), sembra determinata ma va in crisi subito di fronte a una ladruncola sfacciata, che la imbroglia con una serie di bugie per poi rivelarsi una sorta di dama di carità in piccolo. Nella sua enfasi di celebrare il bene e la solidarietà umana Ozpetek crea una macedonia in cui tutto sembra ficcato a forza: i misteri familiari, la comprensione e l’aiuto ai poveri, la speculazione edilizia, perfino i fantasmi: un po’ troppo per risultare credibile. Ancor meno l’evoluzione della protagonista: perché decide di colpo di lasciare famiglia, carriera e successo per investire i suoi averi nella creazione di un centro di assistenza per i poveri? Rimorso? Può darsi. Conversione? No, perché nonostante si faccia aiutare da un prete non dà segni di fede (e non parliamo del solito prete che sembra il funzionario della Chiesa vista come una qualsiasi “Organizzazione Non Governativa”). O forse la protagonista (e onore alla brava Bobulova) è semplicemente fragile, tanto che il passaggio dalla famiglia tirannica all’impegno sociale la porta allo squilibrio mentale (e al semplice spettatore questa sembra essere l’ipotesi più verosimile). Ozpetek, è vero, parla di cose non comuni e argomenti profondi; ma lo fa in maniera superficiale, quasi narcisistica, come se il regista si compiacesse di far vedere di essere in grado di affrontare tutti problemi dell’esistenza, ma dando risposte o banali o irreali.,Beppe Musicco,

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