Croce e delizia

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Due uomini non più giovani annunciano alle rispettive famiglie di volersi unire civilmente, scatenando reazioni contrastanti

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Vacanze estive ravvicinate per due famiglie molto diverse, i ricchi e snob Castelvecchio e i “burinissimi” Petagna. In realtà non c’è alcuna casualità: Tony, mercante d’arte sessantenne ricco e con due figlie (ma anche una nipotina) da altrettante donne più svariate altre avventure, ha affittato la dependance alla famiglia del cinquantenne Carlo, vedovo con un figlio grande (a sua volta sposato e con figlio) e con uno più piccolo, che porta avanti una pescheria insieme al figlio maggiore. Tony si è innamorato di Carlo, ricambiato, e lo vuole “sposare”, o meglio hanno fissato l’unione civile. Ora devono trovare il modo di dirlo alle rispettive famiglie. Non sarà affatto semplice, e anzi la figlia di Tony, Penelope, chiederà al figlio di Carlo di allearsi per far saltare le “nozze”.

Se vi sembra di poter intuire lo sviluppo della commedia di Simone Godano (al secondo film dopo il debutto con il più vivace Moglie e marito) siete molto vicini al vero. Ci saranno litigi, inconvenienti e rappacificazioni come da manuale della commedia, in particolare di quella spesso prevedibilissima che viene realizzata in Italia (ma siamo sulla “buona” strada di altre commedie, tipo quelle americane o francesi; non le migliori, si intende). Se lo scontro fra famiglie opposte all’inizio potrebbe far pensare a Ferie d’agosto di Paolo Virzì (1996), gli oltre vent’anni di distanza hanno messo in soffitta quel bipolarismo che spiazzò gli italiani della nascente “seconda Repubblica” e lanciato il tema dei nuovi diritti. La vera differenza è che Virzì (e il suo cosceneggiatore Francesco Bruni) allestivano una vera commedia umana che partiva dagli stereotipi per trovare continui affondi e sorprese in ogni personaggio, in ogni scena. Qui si sa già tutto, fin dall’inizio, e se Penelope, così fautrice delle unioni civili da aver manifestato in piazza in loro favore, è poi decisamente contraria alla scelta del padre, non è impossibile prevedere che poi…

Risulta davvero poco plausibile la relazione tra i due uomini interpretati da Fabrizio Bentivoglio e Alessandro Gassmann. Il primo fa un omosessuale classico, pieno di mossette, che pure ha scoperto di esserlo in tarda età dopo aver avuto varie donne (e due figlie); e oltre tutto è vanesio ed egoista. Il secondo non ci prova mai a sembrare attratto dal compagno, e sembra solo un vedovo inconsolabile (e lo dice esplicitamente) e bisognoso di affetto, da chiunque provenga. Non c’è alcuna “chimica” tra i due, nonostante un paio di scene di rappacificazione e di tentativo di virare sul sentimentale magari a suon di musica. Infatti poi il film li lascia spesso per tentare affondi in varie direzioni, con interazioni tra loro e gli altri personaggi, ma senza mai suscitare grande interesse.

Ma il film è pieno di aspetti non credibili, oltre tutto proposti in un accumulo esagerato: Gassmann non ha solo un figlio grande, già sposato e con un figlio, ma anche un secondo figlio di una decina d’anni, che dovrebbe andare a vivere con la nuova coppia gay; un personaggio che poteva essere importante ma buttato lì, senza costruire una relazione con il padre e nemmeno con il fratello maggiore che sopperisce alle mancanze paterne. Jasmine Trinca ha un personaggio sopra le righe (quello della figlia “boicottatrice”) che non riesce a gestire bene. Inoltre per larghi tratti, sia lei che il pur bravo Filippo Scicchitano non riescono a far comprendere le proprie battute (problema di presa diretta o di loro dizione?). Senza parlare della cadenza napoletana orribile di Bentivoglio, che pure con dialetti e inflessioni di varie tipo di solito va forte (ma soprattutto in quelle nordiche). Forse una delle poche scene simpatiche è la festa “progressista”, con tanto di raccolta fondi obbligatoria (dai 200 euro in su) per la salvaguardia di una specie di ortaggio in via di estinzione; mentre la sempre brava Anna Galiena, nei panni di un’ex moglie di Tony, regala qualche sprazzo di simpatia. Davvero troppo poco, però, per salvare l’ennesima commedia modesta della stagione. Quando poi sono “a tesi” (c’era già stata la scorsa stagione Puoi baciare lo sposo), e devono cercare di dimostrare qualcosa o convincere qualcuno, sono ancora più noiose. E in genere falliscono il bersaglio: difficile che qualcuno cambi idea dopo aver visto un film, specie se brutto.

Luigi De Giorgio