Cose dell'altro mondo

Cose dell'altro mondo

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In un paesino del Nord-Est spariscono improvvisamente tutti gli stranieri con grave danno all'economia locale e nazionale.

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Commedia dai toni grotteschi ispirata al film di Sergio Arau, Un giorno senza messicani. È il tentativo del regista Patierno (Il mattino ha l'oro in bocca) che ha scritto la sceneggiatura assieme a Giovanna Koch e Diego De Silva, di coniugare le tematiche del classico film di denuncia con il registro comico e leggero. Il risultato è mediocre sotto molti aspetti. Narrativamente Patierno struttura la sua storia in due diversi episodi autonomi e che solo nel finale trovano un punto di contatto. La vicenda dell'industriale tronfio e arrogante interpretato da Abatantuono che ogni sera su alcune emittenti locali si lancia in improperi di dubbio gusto contro gli stranieri; la storia d'amore tra il poliziotto impersonato da Mastandrea e la Lodovini che però aspetta il figlio da un giovane extracomunitario. Le storie sono prevedibili, i caratteri schematici e la recitazione sempre troppo sopra le righe: in particolar modo Abatantuono, bravo attore, altrove simpatico proprio nel suo calarsi totalmente in figure “tipiche”, qui esagera, probabilmente perché mal diretto ed è poco simpatico e non sempre verosimile. E la stessa storia d'amore con protagonista un Mastandrea stranamente sottotono non decolla e non convince. Ad appesantire la storia poi sono anche le figure di contorno assai schematiche: la madre di Mastandrea malata e fuori di sé che improvvisamente ritorna sana per dispensare consigli al figlio; la macchietta del tassista razzista e violento; la prostituta nigeriana di buon cuore per non dire del “coro” di giovani stranieri che rimane sempre sullo sfondo della storia, rappresentato in modo molto superficiale e contrapposto alla cricca del bar dove si parla solo veneto e si sopporta a fatica gli “abbronzati”.,Patierno cerca di inserirsi con il suo film nella satira di costume, ma come spesso accade con i film che trattano temi ancora caldissimi e di stretta attualità (si veda il caso di Terraferma a Venezia 2011 proprio come Cose dell'altro mondo), tende a trasformare un film e il suo linguaggio fatto di oggetti, attori, paesaggi, storie e quant'altro in un discorso prosaico e politico che dividerà in due il pubblico. Chi godrà nel vedere dileggiato l'avversario politico leghista attraverso la figura di Abatantuono e chi invece inevitabilmente si sentirà offeso e non rappresentato. Il punto, però, è un altro: il film è molto debole. E la sua fragilità si vede proprio nel rifugiarsi del regista e degli sceneggiatori nel cliché più greve e nello schematismo che nella commedia all'italiana non esisteva almeno in questi termini. Ne Il vigile di Zampa, tanto per fare un esempio, si sghignazzava certamente sul sindaco democristiano interpretato da De Sica: maneggione, donnaiolo, ipocrita, il suo era un personaggio che certo non piacque nelle stanze del Potere. Ma era un personaggio a tutto tondo, con anche un dramma e le cui scelte, se non erano condivise, erano giustificate da una debolezza personale che è sua ma anche di tutti. E il “rivale”, quell'incredibile, goffo personaggio di Otello Celletti interpretato da Sordi, non era certo meglio: era anche lui un maneggione, scansafatiche, ignorante e di lui tutti ridevano e ridono ancora perché i suoi limiti erano anche i nostri e in lui si rivedeva il vicino di casa, lo zio un po' stolido e magari anche il proprio papà. Ci si rispecchiava insomma, e si imparava anche un po' grazie anche a una comicità bonaria e mai spietata. Il dramma del film di Patierno è che non ci si rispecchia mai perché il film si regge su uno schematismo buoni/cattivi; colpevoli/innocenti che non esiste nel mondo reale e perché lo sguardo sugli attori non è mai bonario e costruttivo. Tutt'altro: si vanno a bacchettare le decisioni non di uomini, ma di figurine di cartone, senza chiedersi il perché di tali scelte, senza nemmeno porsi il problema delle loro storia alle spalle. Si condanna e si esalta e si divide in buoni e cattivi, come in un copione già scritto che non lascia spazio a ripensamenti o errori. Ma della realtà, quella vera, non si analizza né si osserva un bel niente.,Simone Fortunato

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