Copia originale

Copia originale

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Una biografa, in crisi economica ed esistenziale, decide di ricorrere alla falsificazione di antiche lettere di star del passato e rimetterle sul mercato come autentiche.

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Nel 1991 Lee Israel è una dimenticata autrice di biografie che nel decennio precedente avevano scalato le classifiche del New York Times. Sfuggente, misantropa e marginalizzata dai benpensanti dell’editoria newyorkese, viene licenziata per qualche bicchiere di troppo e si trova al verde, con una gatta malata e una biografia ancora da scrivere sull’attrice di vaudeville Fanny Brice, alla quale nessuno sembra essere interessato. La vendita di una lettera che Katherine Hepburn le aveva spedito per scusarsi di una mancata intervista le procura 175 dollari e una geniale idea per sbarcare il lunario: falsificare lettere di famose personalità del passato replicandone esattamente lo stile della scrittura, per poi venderle al miglior offerente.

It’s all about talent, diremmo del nuovo film di Marielle Heller. E in effetti il talento scorre a fiumi (d’inchiostro) nella penna sferzante e arguta di Lee Israel, autrice di biografie di successo sulla vita di grandi star del recente passato americano. Ma la sua gloria dura poco: nel 1991 Lee è un’arcigna e semisconosciuta figura in pieni crisi creativa, inadatta a un presente in cui alla cultura è richiesto solo di mettersi in vetrina e scintillare. Il suo legame con il valore magico della parola sembra essere fuori dal tempo, così quel «macho pallone gonfiato di destra di Tom Clancy» si becca 3 milioni di dollari mentre lei si ritrova ad elemosinare i soldi per pagare le cure alla gatta e sbronzarsi nei bar di New York. Il talent è dunque presto sostituito dai money, quelli guadagnati dalla nuova categoria di scrittori-showman, padroni di un mercato editoriale che sembra aver dimenticato i contenuti. Copia originale è infatti un film sulla perdita del valore della scrittura e sulla conseguente sua mercificazione. I protagonisti sono persone marginalizzate dall’elite d’intellettuali borghesi e spesso in caduta libera tanto nella vita professionale quanto in quella privata. Gli anti-eroi hanno infatti sempre compagni di misfatte: così Lee si accompagna a Jack, scrittore fallito (e omosessuale come lei, ma con meno problemi a mostrarsi apertamente tale) che passa le giornate a bere e a guadagnarsi da vivere in modi velatamente illeciti. Con lui si ordirà la trama che porterà la protagonista alla violazione della sacralità della scrittura: i due passeranno dal modificare lettere originali scritte da personalità dello spettacolo al crearle dal nulla, con contenuti e stile che sgorgano direttamente dalla penna di Lee. La vendita delle lettere, false e originali allo stesso tempo, è ovviamente un successo presso collezionisti miopi e in preda alla mania dell’anticaglia.
La costruzione dei personaggi è accuratissima e irresistibile, con battute caustiche e gesti del tutto inconsulti, che creano un’atmosfera insieme drammatica e comica. Nell’intuizione della profonda crisi esistenziale che muove i due personaggi, l’intera struttura narrativa oscilla tra la tentazione della falsificazione e il desiderio di riconoscimento per l’originalità della scrittura di Lee, capace di essere una «Dorothy Parker migliore di Dorothy Parker». È però un peccato quando – nella parte centrale – la Heller preferisce concentrarsi sul più immediato svolgersi delle truffe, abbandonando un po’ a se stesso quel piano metaforico e umano che avrebbe potuto trasformare il film in un capolavoro. I castelli di carta costruiti da Lee e Jack iniziano a scricchiolare nella seconda parte, tirandosi poi giù entrambi in una parabola conclusiva inevitabile ma non scontata. Eppure non possiamo non avvertire che quella magia iniziale si è andata perdendo per strada, lasciando la protagonista con una storia – finalmente autobiografica – da raccontare e lo spettatore con un senso di attesa per quel quid in più che non arriverà mai.
Il vero talento e il carisma della protagonista si svelano però soltanto grazie alla straordinaria interpretazione di Melissa McCarthy, finalmente uscita dal costume macchiettistico dei ruoli comici per dedicarsi con impressionante naturalezza alle sfumature di sguardo e alla goffezza di una donna in cerca di una voce propria. Sorprendente anche l’interpretazione di Richard E. Grant, attore sottovalutato e qui capace di scardinare tutte gli stereotipi dell’amicizia fra uomo e donna con la malinconia dei suoi occhi e l’imponenza della statura.

Last but not least… Il film è tratto dalla vera autobiografia di Lee Israel dal titolo omonimo, è vincitore di svariati premi internazionali e candidato a 3 Oscar (miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista e miglior sceneggiatura non originale). Come a dire: talvolta l’imitazione e la non-originalità – cinematografiche – pagano più di quanto possiamo immaginare.

Maria Letizia Cilea