Lenny (Elyas M’Barek) è un trentenne disoccupato e irresponsabile, cresciuto nell’agiatezza grazie ai fondi del padre, ricco e rinomato primario di chirurgia. Dedito solo all’alcool e alla bella vita, dopo essere precipitato ubriaco con la sua fuoriserie nella piscina di casa, viene obbligato dal padre ad assistere un adolescente di nome David (Philip Schwarz), cardiopatico a causa di una malformazione congenita e destinato a non superare i sedici anni. La sintonia tra i due è immediata, ma le difficoltà e le responsabilità di questo rapporto particolare non tarderanno a presentarsi…

Con le commedie drammatiche che hanno la malattia come fil rouge della trama è difficile non fare paragoni con la struttura narrativa di Quasi amici, piccola grande storia di diversità con Omar Sy e François Cluzet, diventato ormai un classico del genere. Ignorare i riferimenti è tanto più difficile se la malattia diventa occasione per la nascita di una grande storia di amicizia tra due personaggi diversi ma complementari. Conta su di me s’inserisce precisamente all’interno di questo schema, tentandone una rielaborazione attraverso personaggi rivestiti da panni diversi e nuove luci, ma talvolta circondati da troppe poche ombre per risultare veramente credibili. Lenny è dunque uno scansafatiche che va rimesso in riga da un padre conscio delle capacità del figlio e preoccupato per il suo futuro: l’esperienza della vita, che lo introdurrà alla maturazione, arriverà attraverso lo scontro con la realtà dura e in bilico di questo ragazzino cardiopatico e pieno di entusiasmo. I due personaggi stringono dunque un legame fraterno, il rapporto di fiducia che si va instaurando viene costruito adeguatamente grazie a un’evidente alchimia tra gli attori, affiancata dalla rappresentazione di alcune esperienze adolescenziali che introducono il ragazzo all’età adulta e l’uomo ad una maggiore consapevolezza di sé. I due camminano in parallelo alla scoperta di sé stessi, passando attraverso avventure un po’ convenzionali (la scoperta del sesso, la fuga dalla routine e l’infrazione delle regole) ma sinceramente divertenti per la leggerezza con cui vengono trattate.

Non mancano di certo i canonici momenti drammatici: è purtroppo la facilità con cui questi vengono superati – e messi in scena – a risultare eccessivamente semplicistica e poco coerente con un contesto che vuole prendersi sul serio, ma non ci riesce mai fino in fondo; così i tentennamenti di Lenny sono troppo presto vinti, la salute di David precipita e risale esattamente nei momenti in cui ce lo aspettiamo, senza peraltro che questo dramma sia in grado di problematizzarsi nell’interiorità del personaggio. Se in Quasi amici i chiaroscuri dei protagonisti venivano garantiti dalla complessità delle loro storie personali, qui la componente drammatica finisce per essere fagocitata da quella comica, rendendo le figure umane un po’ schematiche e ingabbiate nei loro ruoli. Il tutto poi è infarcito da una retorica anche un po’ ipocrita, se pensiamo che l’occasione per realizzare i propri sogni viene offerta a David dal denaro di Lenny, più che dal rapporto umano con lui instaurato.

Ma non bisogna fraintendere, il target e l’ambizione del film di Marc Rothemund non si orientano mai verso riflessioni particolarmente significative, quanto piuttosto, dichiaratamente, verso una commedia dei sentimenti non più banale di molte altre viste. Pur nell’immediatezza e nell’appianamento delle complessità, di certo fonte di disappunto per un pubblico più adulto, il film porta con sé un certo messaggio di apertura verso l’altro e il “diverso”, che gli è valso un premio alla 48ma edizione del Giffoni Film Festival, nella categoria Generator +13.
Unica speranza, questa, da cinefili: che Rothemund torni in futuro a impegnarsi in progetti più specificamente drammatici e di altro spessore, capaci di farci ricordare quel capolavoro di umanità e commozione, apice della sua carriera, che è La rosa bianca – Sophie Scholl, ormai datato al 2005.

Maria Letizia Cilea