Confusi e felici

Confusi e felici

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Uno psicanalista cade in depressione dopo aver scoperto di esser sul punto di perdere la vista. Ad aiutarlo un gruppo di suoi eccentrici pazienti.

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Terzo film dell’attore-regista Massimiliano Bruno. È un filo meglio dei precedenti più che altro per la presenza di un cast di attori naviganti e di grande esperienza, per quanto non sempre usati al meglio. La vicenda è piuttosto esile: uno psicanalista distratto, depresso e gaffeur (Claudio Bisio, nell’ennesimo ruolo dell’uomo senza qualità che riscopre l’ottimismo della vita), precipita in una forma ancora più acuta di depressione dopo aver ricevuto l’infausta notizia che, per una grave malattia, perderà l’uso degli occhi. Il problema è comunicare il suo problema ai pazienti che sono uno più “particolare” dell’altro. C’è Nazareno, uno spacciatore con ragazza incinta al seguito (Marco Giallini, il migliore del cast); c’è un quarantenne che non riesce a liberarsi da una madre ingombrante (Bruno); c’è una donna ossessionata dal sesso (Paola Minaccioni impegnata in un ruolo greve e volgare); un telecronista che non riesce a controllare i suoi scatti d’ira (Papaleo, in un ruolo molto sacrificato); e infine una coppia con problemi sentimentali (Caterina Guzzanti e Pietro Sermonti). Bruno, che pure è un buon caratterista (il suo piccolo ruolo-tormentone nella serie tv Boris è assai gustoso), non rinuncia anche in questo film a far uso di bassa volgarità: il tormentone e le gag con protagonista la Minaccioni e la sua passione per i capezzoli maschili sono irritanti e in genere in tanti momenti del film si ricorre a una comicità di grana grossa come nella sequenza di Bisio e Giallini spettatori più o meno partecipi di uno spettacolo di una spogliarellista. Altrove il film funziona meglio, quando il regista di Viva l'Italia prende la strada della commedia sentimentale affidandosi più che altro al mestiere dei suoi attori. La vicenda d’amore tra Bisio e Anna Foglietta è sicuramente risaputa ma ha almeno un bel, surreale momento musicale (un’improbabile serenata). Sul resto, Bruno sembra più interessato alla performance del cast che non a confezionare un film strutturato: le gag, tranne poche (e comunque tutte presenti nel trailer), non convincono, la narrazione appare sfilacciata in tante piccole storie con protagonisti i vari pazienti con Bisio che cerca di fare da collante tra le varie situazioni. L’impressione è però quella di un film col fiato corto che spreca molto talento (la coppia Guzzanti-Sermonti che funziona poco, la Minaccioni e Papaleo ridotti a macchiette) e quando tenta la via sentimentale pura non sfugge al cliché, come nell’omaggio banalissimo a Fellini. Era successo così anche con gli altri precedenti film del regista romano: bravi attori (in Nessuno mi può giudicare c’era la Cortellesi, in Viva l'Italia un Michele Placido particolarmente gigione e sopra le righe) inserite in storie mal scritte, intelaiature fragili, quasi un pretesto per dar sfogo a un tipo di comicità a volte di dubbio gusto. Nulla, insomma, a che vedere con altri comici che hanno lavorato bene e meglio su figure di psicanalisti. Il surreale e divertentissimo Caruso Pascoski di Nuti (a cui Bruno “ruba” una scena, quella della Minaccioni che ci prova con il dottore) e Ma che colpa abbiamo noi, discreto film di Verdone del 2002 in cui un gruppetto di pazienti cerca disperatamente qualcuno che possa sostituire la psichiatra morta da cui erano in cura. Altri tempi, altro stile e ben altro talento.,Simone Fortunato,

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