Colette

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Le vicende d’esordio di Colette, famosa scrittrice francese che con la sua opera e la sua storia ha influenzato la cultura e il costume lungo tutto il XX secolo.

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Colette è una ragazza di campagna dai costumi semplici e dalla grande immaginazione. Sprovvista di dote, viene sedotta e sposata dal viveur Henri Gauthier-Villairs, donnaiolo e giornalista parigino noto con il nome di Willy. Nel 1893 i due si trasferiscono a Parigi, frequentano i più famosi salotti della cultura dell’epoca e assistono alle trasformazioni del nuovo mondo industrializzato; mentre Willy mette su una redazione di ghostwriters che scrivono storie e articoli poi pubblicati a suo nome, Colette segue con una certa apprensione le disavventure economiche e amorose del marito, che non si fa scrupolo a tradirla e a scommettere il suo denaro fino alla bancarotta. Per necessità economiche la stessa Colette sarà reclutata per la scrittura di un romanzo basato sulla propria infanzia. Sulle prime giudicato inutilizzabile dal marito perché eccessivamente descrittivo, Claudine a scuola verrà poi adattato al gusto dell’epoca, diventando uno dei più grandi successi della letteratura francese di tutti i tempi. Willy diventa una celebrità rinomata in ogni angolo di Parigi, mentre Colette inizia a prendere coscienza del suo talento e dei suoi bisogni, ribellandosi al marito e spingendosi oltre i confini di quel rigore morale nel quale era stata cresciuta.

La lunghissima e poliedrica storia della scrittrice Sidonie-Gabrielle Colette ha animato l’immaginario della letteratura, del costume e del cinema per secoli: scrittrice, attrice, regista teatrale e critico d’arte e di musica, la sua figura è stata a lungo studiata e imitata, e rappresenta ancora oggi uno dei baluardi della cultura francese in tutto il mondo. Simbolo di modernità e di emancipazione femminile, i suoi romanzi sono stati anche oggetto di trasposizioni cinematografiche più o meno efficaci da parti di registi quali Stephen Frears e Vincent Minnelli.
Colette è insomma il tipico personaggio dall’animo insondabile e sfuggente, difficile da sintetizzare in un’opera di un paio d’ore a meno di non voler sorvolare su qualche aspetto della sua personalità.
Wash Westmoreland sacrifica infatti molti degli spunti più interessanti del personaggio, scegliendo una rappresentazione piana che si snoda attraverso diverse fasi di trasformazione, riproposte in un pedissequo ordine cronologico. Dall’amore incosciente e adolescenziale per l’affascinante mascalzone fino alla scoperta della propria bisessualità, Colette si siede comodamente sui cliché di una storia di formazione femminile, restituendoci veramente poco dell’animo sovversivo della donna; il processo di appropriazione della propria opera e di sé stessa è presente, ma sembra essere costantemente messo a margine rispetto ad una diffusa volontà di far rientrare il personaggio dentro lo schema della “donna contro”. Se le disavventure scandalose dei due coniugi sembrano sulle prime intriganti, la narrazione tende lentamente a far sfuggire il personaggio centrale, complice una Keira Knightley sottotono e una Colette più impegnata a soddisfare i propri capricci sessuali che veramente coinvolta nell’esplorazione della propria identità. Ad affiancarla troviamo invece l’eccellente Dominic West nei panni di un Willy luciferino e indomabile: marito padrone e vero antagonista (o protagonista?) della storia, la prorompenza della sua interpretazione oscura la Knightley e i pochi altri personaggi scarsamente caratterizzati, mettendo in atto un vero e proprio one man show. L’affresco storico della Belle Époque parigina è studiato nel dettaglio e nel complesso risulta ben riuscito; il contrasto tra la vita di campagna idilliaca della prima Colette e la corruzione cittadina avrebbe forse potuto offrire qualche altro momento per definire meglio l’animo ribelle della protagonista, che raramente però rivediamo calata nel suo contesto originario con volontà di significato.
Il ritratto resta dunque soltanto abbozzato, la figura di Colette ancora avvolta in una nube insondabile ci restituisce un’opera che si qualifica più come l’ennesima apologia della rivalsa femminile che come reale contributo per la decifrazione del personaggio.

Maria Letizia Cilea