Codice criminale

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Un padre e un figlio accomunati da una tradizione criminale, ma divisi dalla visione del futuro…

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I Cutler vivono da generazioni come nomadi, campando di rapine e piccoli furti. Ma Chad, il primogenito del patriarca Colby, vorrebbe cambiare vita per dare un futuro a moglie e figli… Scritto e diretto da due esordienti, Codice criminale (ma il titolo originale ha echi biblici che ben si accordano con l’arcaica ed eterodossa visione del mondo del vecchio Colby) è un film interessante e imperfetto impreziosito dalle interpretazioni di due grandi protagonisti, Michael Fassbender e Brendan Gleeson, nel ruolo di figlio e padre incastrati in un rapporto complesso di affetto, sottomissione e ribellione.

Se il patriarca rivendica orgoglioso un modo di vita fuori e contro la società, sia essa rappresentata dalla polizia o dalla scuola, rea di inculcare ai nipoti nozioni pericolose come il fatto che la terra sia rotonda, e non vede altro “noi” oltre la sua ristretta cerchia famigliare, Chad – che pure è un artista delle rapine e delle fughe in macchina – sente il limite di quella vita (lui stesso non è mai andato a scuola e non sa nemmeno leggere) soprattutto per i suoi figli e per il loro futuro. Un desiderio di libertà, il suo, in cui viene sostenuto dalla moglie, ma che non riesce mai ad esprimere di fronte al padre. Così, mentre pianifica di nascosto il trasferimento verso una comunità più integrata e stanziale e l’inizio di un’attività legale, si limita a bisticciare con Colby sulla gestione del gruppo e sulla presenza di uno squilibrato, ma poi si lascia coinvolgere in un colpo particolarmente rischioso che finirà per cambiare la vita di tutti.

La storia, percorsa fin dall’inizio da un senso di tragedia imminente che per altro poi si concretizza in modo molto limitato, costruisce una tensione che non riesce davvero ad esplodere nel finale. Al desiderio di cambiamento di Chad si riesce a credere fino ad un certo punto: un po’ perché i momenti in cui lo si vede davvero felice sembrano soprattutto quelli delle sue pazze fughe in automobile, un po’ perché sappiamo troppo poco delle vicende che hanno portato i Cutler ad essere quello che sono. Colby è un re di un regno miserevole e precario, che lui sente come ricevuto in eredità direttamente dal Padreterno (come dimostra la sua eterodossa lezioncina in chiesa) e che come tale amministra e dirige, senza che la realtà e l’obiezione altrui possa scalfire minimamente la sua granitica convinzione. Proprio come non può “vedere” con i suoi occhi che il mondo non sia piatto come gli ha insegnato suo padre, nemmeno può concepire che qualcuno desideri qualcosa di più e di diverso da quell’esistenza che ha sempre conosciuto.

Solo un attore eccezionale come Gleeson (indimenticabile anche nel bellissimo Calvario) può rendere un personaggio come questo non del tutto detestabile. Accade poco in questa storia e quel poco è a tratti prevedibile, anche se l’ottimo cast di attori si fa valere e la regia di Adam Smith (serie tv e videoclip nel suo curriculum) è abile nello star loro addosso e nel farci condividere in modo pressoché totale il loro atipico punto di vista: gli altri, i gorgie, che sono poi i “regolari” della società, di fatto esistono solo nel volto malevolo della polizia e in quello ben intenzionato ma impotente di una maestra di scuola.

Laura Cotta Ramosino

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