Cinquanta sfumature di nero

Cinquanta sfumature di nero

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Christian Grey e Anastasia riallacciano la loro relazione. Ma devono affrontare il passato di lui e un datore di lavoro troppo esigente che ha altre mire…

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Secondo capitolo di una saga erotico-sentimentale che sembrava già stanca al primo, il film di James Foley – adattamento del modestissimo bestseller di E. L. James – offre ben poche sorprese e parecchie sconfortanti conferme. La penna dietro questa pellicola è quella di Niall Leonard, consorte della scrittrice, che, pare non del tutto soddisfatta del lavoro della regista Sam Taylor-Johnson e della sceneggiatrice Kelly Marcel, stavolta voleva mantenere un maggiore controllo creativo sull’operazione. Il risultato è una storia a tratti imbarazzante, il regno della ridondanza verbale ancor prima che dell’eccesso sessuale (diligentemente distribuito nel corso della storia con una cadenza adeguata a causare più sbadigli che fremiti di eccitazione), dove i personaggi si esprimono per luoghi comuni senza aver l’aria di rendersene conto e anche le domande retoriche ricevono risposte.
Esaurita la novità delle pratiche sessuali di Mr. Grey, la storia si butta senza tanto andare per il sottile sui fantasmi del suo passato (mamma tossica e maltrattamenti) a spiegarne la natura sadica; peraltro ormai palesemente domata dalla petulante signorina Steel, che per darsi un tono cita a sproposito Jane Austen e Charlotte Bronte e che in due settimane fa carriera in una casa editrice. Complice di ciò la morbosa attrazione del capo di turno per la malcapitata (evidentemente è una calamita per uomini problematici) e le inevitabili molestie cui segue rimozione (fisica, da parte del fidanzato e dei suoi bodyguard) del colpevole e promozione della molestata.
Sono situazioni come questa che, soprattutto nell’America di oggi, suonano stonate oltre che involontariamente ridicole, proprio come le sbruffonate del protagonista che esibisce senza vergogna i propri guadagni e le sue numerose magioni in giro per il paese. La prima pellicola per lo meno giocava con le improbabili situazioni di contrattazione tra dominatore e sottomessa, rivestendola di ironia; qui invece tutti si prendono terribilmente sul serio anche quando dicono assurde banalità. Dei due protagonisti Dornan (che ha dimostrato altrove, come nel televisivo The Fall, buone doti di attore) esibisce con un sospetto di imbarazzo il suo corpo scolpito dalla palestra (nel film il voyerismo è equamente distribuito da parte maschile e femminile) e un paio di espressioni, mentre la Johnson si limita a un’irritante serie di mossette.
Del resto la dinamica del sesso estremo, del dolore inflitto mescolato al piacere appare anche un po’ usurata in termini di trasgressione e tra i due protagonisti, in mancanza di un vero conflitto, resta ben poco da fare fino al prevedibile happy ending. Il tono medio non si distacca da quello del melodramma da televisione d’epoca, incerto tra il compiacimento per la trasgressione e la sindrome dell’”Io ti salverò”, incapace di decidere se le pratiche sadomaso siano un ingrediente in più in un rapporto altrimenti noiosissimo o l’espressione tormentata di indicibili sofferenze pregresse. Sarà interessante capire cosa resterà di quello che, tra Internet, carta stampata e trasposizione cinematografica, è stato comunque un fenomeno culturale di massa (il cosiddetto mummy porn) dopo il bagno “purificatore” dei vari movimenti femministi post molestie che al signor Gray, più che una stanza delle torture, probabilmente concederebbero un viaggio diretto verso la gogna o la riabilitazione.

Laura Cotta Ramosino

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