È il 1983, Elio ha 17 anni, è più colto e più intelligente della maggior parte dei suoi coetanei, e trascorre l’estate nella villa nella campagna di Crema assieme ai genitori. Il padre è un professore universitario e come ogni anno ospita in casa uno studente a lavorare alla tesi di post dottorato, il ventiquattrenne Oliver. Elio passa le sue giornate tra la musica, i libri, i bagni al fiume, le serate con gli amici e il nascente affetto con l’amica Marzia. In questa calda monotonia si inserisce Oliver, che inizia a sviluppare con Elio un rapporto amoroso.
Premiatissimo film che ha guadagnato quattro prestigiose nomination agli Oscar 2018 (miglior film, sceneggiatura non originale, attore protagonista e canzone originale) ed è stato applaudito a vari festival (uno su tutti Berlino). Tratto dal romanzo omonimo del 2008 di André Aciman, un romanzo di culto della letteratura omosessuale, il cui adattamento era inizialmente affidato al regista e sceneggiatore James Ivory (Camera con vista, Quel che resta del giorno). Luca Guadagnino (Io sono l’Amore, A bigger splash) era stato contattato come produttore e consulente nelle riprese italiane, e poi è subentrato alla regia e di Ivory è rimasta la sceneggiatura.
Guadagnino ha sempre dato prova di un grande talento formale, ma in questo film dimostra un’eleganza nello stile che ricorda i grandi maestri del nostro cinema. L’organizzazione geometrico-architettonica dello spazio ricorda Antonioni (la finezza del piano sequenza alla fontana in paese) e invece ricorda Bertolucci l’appassionata sensualità dei luoghi, degli oggetti, della natura e dei corpi (Io ballo sola). Immersi nella delicata fotografia del coreano Sayombhu Mukdeeprom e nelle musiche di Sufjan Stevens, ogni oggetto, luogo, persona, ogni cosa diventa desiderabile: le statue greche (richiamate anche dai bei titoli di testa), la natura, i frutti, i corpi dei ragazzi e delle ragazze, l’acqua, tutto diventa oggetto del desiderio.
In quest’ottica il film di Guadagnino ha la sua forza, descrive perfettamente il desiderio, la tensione (innanzitutto sessuale), la scoperta della sessualità, anche la crescita, ma rischia di essere un po’ patinato e superficiale nel descrivere il rapporto tra i due amanti. Il regista non riesce a raccontare fino in fondo la profondità dei due personaggi e il loro rapporto, scivolando in cadute di stile, banalità e lungaggini che appesantiscono il film e lo rendono a tratti decisamente noioso. Dopo circa un’ora dall’inizio del film smette di succedere qualcosa, e inizia solo un susseguirsi di amplessi sessuali (sia omosessuali che eterosessuali), sempre mostrati in modo pudico ma sempre più elaborati fino a scadere nel ridicolo involontario in più di un momento (Elio che si masturba con una pesca ricorda American Pie). Ridicoli sono anche alcuni passaggi di descrizione di un’Italia vista con gli occhi di un turista americano, stereotipi a non finire in una campagna cremasca da Mulino Bianco.
Nel finale Guadagnino recupera un po’ le file e chiude il percorso del suo protagonista Elio in maniera abbastanza significativa: il ritratto comunque di una bella famiglia, della famiglia come un luogo di gente interessata al desiderio del figlio, una famiglia tollerante (anche ai limiti del credibile). Poi l’epilogo invernale ha una sua forza e una sua leggerezza poetica, fino al primo piano di chiusura sulle note della canzone Visions of Gideon.
È un film discontinuo quindi, che alterna passaggi forti e coinvolgenti ad altri sciatti e ridicoli, in una confezione sempre raffinata ma spesso estetizzante e vuota, che nella sua durata può annoiare lo spettatore.

Riccardo Copreni