Che fare quando il mondo è in fiamme?

Che fare quando il mondo è in fiamme?

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Varie storie di persone di comunità nere degli Stati Uniti vivono la difficile situazione di una realtà violenta e razzista

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Nell’estate 2017 una serie di brutali uccisioni di giovani afroamericani per mano della polizia scuote gli Stati Uniti. Una comunità nera negli stati del Sud affronta gli effetti del passato e di vivere un non facile presente, tra tensioni interne ed esterne. Judy cerca di mantenere a galla la  propria famiglia allargata, mentre gestisce un bar minacciato dalla trasformazione del quartiere.  Ronaldo e Titus, due giovanissimi fratelli, crescono in un quartiere afflitto dalla violenza, mentre il padre è in prigione. Kevin, Big Chief della tradizione indiana del Mardi Gras, lotta per mantenere vivo il patrimonio culturale della sua gente attraverso i rituali del canto e del cucito. Infine, il gruppo rivoluzionario delle Black Panthers indaga sul linciaggio di due ragazzi nel Mississippi, mentre organizza una manifestazione di protesta contro la brutalità della polizia.

Il documentario di Roberto Minervini dal lungo titolo Che fare quando il mondo è in fiamme? (ma il film è girato ovviamente in inglese, il titolo originale è What You Gonna Do When The World’s On Fire?) è ambientato in vari luoghi tra cui i quartieri periferici black di New Orleans, ed è una riflessione contemporanea sul razzismo negli Stati Uniti di oggi. Si vedono e si sentono vari personaggi, con accenti di dolore e di rabbia: le frustrazioni contemporanee dei neri, la miseria economica, il problema dell’educazione dei ragazzi, la droga e il degrado; soprattutto facendo riferimento ad alcuni terribili casi di violenze e omicidi.

Tanta carne al fuoco, molti spunti interessanti ma anche l’impressione di un “calderone” (a tratti toccante, in altri momenti un po’ noioso per la ripetitività di gesti ed episodi di trascurabile importanza) in cui non è facile cogliere il senso se non una fotografia del caos e del malessere. Con in più – come già nel precedente Louisiana o in tanti altri documentari recenti – l’impressione in alcuni punti di una certa artificialità: la macchina da presa registra conversazioni, feste, litigi, scontri. Ma quasi sempre – a parte nelle manifestazioni, in cui c’è di mezzo la polizia – i personaggi sono evidentemente consapevoli della presenza di chi registra, e in un certo senso “recitano” (alcuni anche bene). E se la “protagonista” assoluta è Judy Hill, donna che ha molto vissuto e molto sofferto e rimane impressa anche nel suo “istrionismo” (che fa pensare quanto sarebbe più efficace vederla recitare in un film apertamente di finzione che in un documentario tutto sommato ambiguo), le nuove Black Panthers sembrano tanto verbalmente violente quanto velleitarie e anche un po’ patetiche.

Minervini ha stile (il bianco e nero risulta molto suggestivo), in certi momenti anche troppo e così rischia di annacquare l’effetto sul tema, sulla storia, sugli ambienti che dovrebbe mettere in primo piano. Con il risultato di entusiasmare chi in partenza aveva già deciso di “tifare”, ma di lasciar freddi o magari perfino annoiare chi vorrebbe prima capire la situazione che si vuole rappresentare.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...