Charlie Says

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La storia della setta fondata da Charles Manson e i terribili omicidi che sconvolsero la California degli anni ’60.

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Mary Harron, regista dell’ormai film cult American Psycho e della serie tv Netflix L’altra Grace, con il suo nuovo Charlie Says porta sul grande schermo la terribile storia di Charles Manson e della sua “Family”: a partire dal 1967 l’allora anonimo –  ma già ex galeotto – Manson riesce a radunare intorno a sé un gruppo di giovani, perduti e folgorati dal suo carisma e dalla sua verve oratoria. Il gruppo si stabilisce nelle zone desertiche intorno a Los Angeles, occupando illegalmente un ranch che sarà casa, quartier generale e luogo di predicazione di Manson. Chitarrista fallito, convinto di essere il quinto Beatles e divulgatore di teorie complottiste sulla fine dell’establishment capitalista, nell’estate del 1969 sarà il mandante degli omicidi di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski e di altre personalità di rilievo del mondo dello spettacolo americano.

Portando al pubblico i retroscena degli omicidi più efferati mai visti nel XX secolo, Charlie Says ci mette di fronte, prima di tutto, allo svolgersi di una tragedia esistenziale: assumendo la prospettiva di tre giovani adepte – poi assassine – della setta Manson, la narrazione si dedica con cura al processo di manipolazione mentale a cui le tre fragili protagoniste vengono sottoposte. Seguendo una doppia temporalità la Harron ci propone dunque una storia di perdizione: il presente vede Lulu, Katie e Sadie, già in isolamento nel braccio di massima sicurezza, raccontare in flashback all’educatrice Karlene alcuni degli episodi centrali della loro esperienza nella Family. Una quotidianità fatta di LSD, obbligo alla promiscuità sessuale, riti di iniziazione e rivendicazioni contro i ricchi “piggies”, testimonia l’insinuarsi lento e inesorabile di un male quasi luciferino, che riesce a deviare le menti fino a compiere l’indicibile. La figura di Manson, interpretato da Matt Smith in una delle sue migliori prove, è investita da una sorta di aura, allo stesso tempo cristologica e satanica, che calamita l’attenzione dello spettatore già filtrata dallo sguardo affascinato delle protagoniste. Se tale scelta limita la caratterizzazione di un personaggio maschile già di per se ingombrante, favorisce invece una riflessione al femminile sui concetti di verità, amore e libertà; non sempre sufficientemente approfondita da una struttura narrativa tutto sommato monotona e convenzionale, tale riflessione è piuttosto suggerita dai primi piani sugli sguardi vacui delle giovani ragazze di fronte ad azioni vili e ingiuste e dalla conclusione dell’intera vicenda: oltre le macerie del nostro male – e talvolta all’origine di esso  –  resiste l’umano desiderio di essere amati semplicemente per ciò che siamo.

Maria Letizia Cilea

 

 

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