Captive State

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Gli alieni hanno invaso la terra, ma un gruppo di resistenza a Chicago non si dà per vinto

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Scrivono alcuni critici americani che l’ambientazione squallida e trascurata del film dovrebbe risultare familiare a chi ha vissuto gli ultimi anni a Chicago: molte scuole in quartieri disagiati chiuse per risparmiare, sparatorie della polizia non denunciate, perfino casi di tortura perpetrati dalle forze dell’ordine, tutto col beneplacito di un sindaco molto attento alla propria immagine, ma molto meno alle reali esistenze dei suoi concittadini. Noi che non viviamo nell’Illinois non possiamo saperlo, e nemmeno capiamo le strizzate d’occhio del film con continui riferimenti a quartieri come Pilsen o Wicker Park, che a quanto pare hanno molto a che fare con la vita odierna dei residenti. Sta di fatto che, fuori da allegorie e similitudini con la vita quotidiana a Chicago, Captive State è un thriller fantascientifico con troppi buchi per essere apprezzato per intero (perlomeno dagli italiani).

La storia è di quelle classiche: gli alieni hanno invaso la terra, e nell’occupazione molti sono morti, tra cui i genitori dei due fratellini Drummond (Ashton Sanders e Jonathan Majors): la madre, e il padre detective della polizia. Dieci anni dopo il potere alieno è consolidato: la terra è governata da umani collaborazionisti, l’ordine regna sovrano, i dissenzienti vengono rastrellati a portati ad astronavi che sembrano le isole volanti di Avatar, per essere deportati non si sa dove. Il controllo delle comunicazioni digitali è totale, tanto che i resistenti (perlomeno quelli che vivono a Pilsen, culla dell’opposizione), si affidano a metodi stile anteguerra: finte inserzioni nella piccola pubblicità sui giornali, pizzini, persino piccioni viaggiatori. In un’atmosfera a metà tra Matrix e District 9, il detective William Mulligan (uno smagritissimo John Goodman) è sulle tracce dei resistenti che pare stiano preparando un attentato a una manifestazione pubblica di amicizia con gli alieni.

Idee nel film ce ne sono, come pure ambientazione e fotografia; ma la storia sembra lasciare un po’ tutto a metà (per lo meno per chi non conosce Chicago, probabilmente). Gli alieni, raffigurati come simili a grossi ricci tentacolari, non sembrano né particolarmente intelligenti, né capaci di comunicare; come abbiano fatto a conquistare la Terra e a farsi amici la maggioranza della popolazione rimane un mistero. I resistenti affermano che gli alieni stanno prosciugando la terra da tutte le risorse, ma nel film come questo accada non si vede né si intuisce (e ancora, se è vero, possibile che in così pochi si oppongano?). Vera Farmiga è sempre brava e bella, ma non si capisce cosa c’entri il suo personaggio di misteriosa prostituta di mezz’età che spia tutti quelli che passano dal suo appartamento; Mulligan indaga, ma il fatto che sia stato collega ed amico del padre dei fratelli ribelli già fa sorgere dei sospetti. Un fratello cerca di scappare in barca da Chicago all’altro lato del lago: perché? Gli alieni hanno invaso tutta la terra tranne il Michigan?

Troppe cose seminate ma non fatte crescere appieno lasciano perplessi, per un film molto curato esteticamente, ma che per molti minuti lascia lo spettatore nell’attesa di qualcosa che non accade, o che accade troppo rapidamente, per poi passare oltre. Un thriller la cui tensione è assai meno di quella promessa.

Beppe Musicco

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