Captain Fantastic

Captain Fantastic

- in AL CINEMA, CONTROVERSO, FILM
1443
0
Captain Fantastic Sentieri

Un padre cresce i suoi figli nelle foreste del Nordamerica, attraverso una rigorosa educazione culturale e fisica, ma è costretto da un avvenimento doloroso a confrontarsi con la civiltà dei consumi.

Download PDF

Vivere da solo con sei figli nelle foreste, senza nessun rapporto con la civiltà che non sia vendere occasionalmente a un negozio di souvenir delle casette in legno per uccelli? I dubbi sono legittimi, ma a quanto pare questo dovrebbe essere la realizzazione del vero sogno americano: piena autosufficienza, vita a contatto della natura, fortissimi legami familiari. Ben (Viggo Mortensen) è il patriarca di questa strana famiglia, sei figli assortiti tra i quattro e i vent’anni, che non vanno a scuola ma vengono sottoposti a un durissimo regime fisico e intellettuale: cacciano cervi con arco e frecce, scalano rocce a mani nude sotto la pioggia, si allenano con massacranti esercizi fisici, si impratichiscono nella lotta corpo a corpo all’arma bianca e a mani nude. La sera passano il tempo intorno al fuoco leggendo saggi di politica, storia o i classici della letteratura russa, fino a quando qualcuno prende una chitarra, e a allora si canta tutti insieme prima di andare a dormire in una tenda indiana. Questa vita arcadica e paradisiaca viene interrotta quando arriva la notizia che la madre dei ragazzi si è suicidata in ospedale. A quel punto, nonostante il suocero (Frank Langella) minacci di fa arrestare il padre se oserà farsi vedere al funerale, la tribù sale un vecchio scuolabus dipinto di blu e si mette in viaggio per il caldo del Nuovo Messico. Ovviamente il viaggio dà l’occasione a Ross per mostrare la corruttela della civiltà dei consumi e scioccare chi gli sta davanti, magari presentandosi nudo nel mezzo del parcheggio, mentre i figli confrontano le loro stupefacenti preparazioni culturali e abilità manuali con l’incapacità dei figli delle famiglie cittadine.

La prima cosa che appare stridente nel film è che, nonostante la scelta di vita fatta e imposta ai figli, non si capisce lo scopo di tale scelta educativa (vivranno sempre nella foresta? Il giorno che vorranno farsi una famiglia dove troveranno un partner che possa condividere le loro scelte? Quale contatto avranno con la società dei consumi?). In molte scene, che vorrebbero essere fastidiose e indispettire la gente “normale” (come arrivare inghirlandati e con una maschera antigas al collo in chiesa per il funerale, facendo una tirata contro le religioni: buddismo escluso), sembra di vedere il ricalco di certe scene di Little Miss Sunshine per catturare l’attenzione di quel pubblico. Come quando Ben, invece del Natale, festeggia la nascita di Noam Chomsky, o apostrofa il figlio dandogli del trozkista, e questi risponde di essere invece maoista (qui siamo veramente al ridicolo). Per tutto il film l’ideologia di Ben è un confuso “Potere al popolo” che si basa su assunti tanto approssimativi quanto irrealistici (si può pensare che un diciottenne sia cresciuto nella foresta vedendo solo la sua famiglia e parli sei lingue?). Il finale, dopo un funerale stile indù della madre e la crisi del figlio maggiore che inizia a realizzare che la vita va ben oltre gli insegnamenti del padre, sembra portare Ben a più miti consigli, a un certo confronto con una vita meno oltranzista (e ad accettare anche che i figli vadano a scuola). Viggo Mortensen è bravissimo nel mostrare la tenacia e l’affetto per i suoi ragazzi (anche se spesso insopportabile), così come il giovane George McKay (Bogdan) nei panni del figlio che comincia a interrogarsi sulla sua vita. Ma le capacità degli attori non sembrano bastare a rendere credibile e appetibile un film dalla sostanza velleitaria e confusa.

Beppe Musicco

About the author

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *