Cane mangia cane

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Tre ex carcerati si mettono in società, per piccoli colpi. Finché arriva l’occasione di sistemarsi

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Inizio subito duro e violentissimo: un ex carcerato e tossicodipendente, Mad Dog, perde le staffe con la compagna (che lo sta cacciando di casa) e la uccide selvaggiamente. Ed elimina anche la testimone del delitto, la giovane figlia di lei. Non si può dire che Paul Schrader, sceneggiatore di capolavori come Taxi Driver e Toro scatenato dell’allora sodale Martin Scorsese, e poi regista in proprio con meno esiti altalenanti (il grande successo di American Gigolo, l’ottimo Lo spacciatore e gli intensi Affliction, Autofocus e Adam Resurrcted, ma anche alcuni film poco riusciti senza contare il recente, pessimo The Canyons), non ci faccia entrare subito nel clima di Cane mangia cane, tratto dal romanzo omonimo di Edward Bunker. Dopo l’efferato doppio delitto iniziale, vediamo Mad Dog ricomporre un terzetto con gli ex compagni di carcere, il violento ma più lucido Diesel e lo “stratega” Troy: quest’ultimo, il più equilibrato dei tre sbandati, è anche il punto di unione “emotivo”, cui gli altri due devono molto – come anche lui ha motivi di gratitudine verso di loro – nel tentativo di reinserimento in società. Che passa da una serie di colpi, per sbarcare il lunario. E quindi dal tentativo del “grosso colpo” che li possa sistemare per sempre, in qualche luogo lontano. Per questo accettano l’offerta di un boss, di rapire un neonato, figlio di un rivale. Ma le cose non andranno per il verso giusto.

Cane mangia cane ha, al suo attivo, tre buone interpretazioni (Nicolas Cage, non sempre al meglio, qui fa decentemente il suo; e Willem Dafoe è bravo come sempre, pur in un ruolo da “pazzo” recitato mille volte, e non è male anche il comprimario Christopher Matthew Cook) e la capacità di farci conoscere in fretta i tre protagonisti e il loro squallido mondo. Ma Schrader, dopo una buona prima parte in cui si sviluppano anche le relazioni tra i tre personaggi principali, a un certo punto perde la bussola e si lascia andare, come un modesto regista qualsiasi, in un massacro senza capo né coda. Un tempo, film simili funzionavano anche, adesso non più. E senza un forte senso morale (che pure a tratti si intravede, nei vari accenni religiosi cari a Schrader o in certi dialoghi, come quando Mad Dog chiede a Diesel di essere suo amico e di aiutarlo a cambiare vita), ci si chiede – scusate il gioco di parole – che senso abbia vedere una carneficina che chiude bruscamente tutti i conti come tanti b-movie. Rimangono solo alcuni critici irriducibili a difendere film che, grazie alla firma autorevole, guadagnano un’aura autoriale. Immeritata: non ci fosse Schrader alla regia, le considerazioni sarebbero ben diverse. La nostra impressione, invece, è che il film confermi come il percorso di Schrader regista non sia mai stato all’altezza della sua fama di sceneggiatore. E che abbia regalato alcune prove interessanti, ma anche rimpianti per quanto poteva essere e non è stato.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...