Café Society

Café Society

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Un giovane newyorchese va a Hollywood per andare a lavorare dallo zio, famoso agente cinematografico.

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A ottant’anni suonati, il solo fatto che Woody Allen mantenga un ritmo costante nel dirigere film (tutti rigorosamente sostenuti da una colonna sonora di musica jazz) è già di per se stesso una bella cosa. Quando poi, dismesso certo tono nichilista e un po’ predicatorio, il regista si concentra sulle storie, il risultato non può che essere rincuorante.

Café Society è ambientato negli anni 30, visti attraverso lo sguardo del giovane Bobby Dorfman (Eisenberg), che dal natio  Bronx emigra a Hollywood e lì si innamora di Vonnie (Kristen Stewart), segretaria in un’agenzia che rappresenta grandi star del cinema. Il legame di Bobby è lo zio Paul Stern (Carell), navigato agente che introduce Bobby nel mondo dei cocktail party e gli fa conoscere i personaggi più in vista del momento, in un ambiente ben lontano dalla crisi in cui si dibatte il paese. Al giovane e innocente Bobby (il cui sguardo  sembra “quello di un cervo catturato dai fari di un’auto”) tutto questo piace, ma al tempo stesso acuisce la nostalgia di New York, un sentimento ambivalente che non è estraneo allo stesso Allen, reso ancora più acuito dalla brillante fotografia di Vittorio Storaro (che accentua i colori caldi della California) e dalla ricercatezza con la quale il regista ha fatto ricostruire l’atmosfera glamour del tempo. Anche se la storia mostra anche le ambiguità dell’ambiente e dell’animo umano (l’amore di Bobby per Vonnie si rivelerà più travagliato di quanto sembrava). Ma Café Society, oltre al titolo del film, è anche il nome del locale notturno newyorchese di proprietà di Ben, fratello di Bobby e implicato in una serie di affari molto loschi descritti con sarcasmo e il consueto humour da Allen. Bobby, forte delle conoscenze fatte a Hollywood, farà sì che il locale diventi famoso tra il jet set di Manhattan, attirato anche dalla fama equivoca del suo proprietario (che si rispecchia anche nelle numerose scene familiari in cui la tradizione ebraica offre spunto ad Allen per siparietti memorabili).
La nostalgia per il tempo che fu, e per lo splendore di quegli anni, che si rispecchia nei tanti nomi di attori e attrici che Allen cita nel film, fa sì che il tono dolceamaro del racconto (la cosa migliore di questa regia) sia ancora più percepibile nello spettatore e che questi colga il contrasto tra le brillanti e distratte apparenze di certo mondo e il desiderio semplice e sincero di stare con la persona che si ama, magari in una modesta trattoria messicana invece che sul bordo di una lussuosa piscina, anche se consapevoli che il destino che abbiamo scelto ci porterà da tutt’altra parte.

Beppe Musicco