Cafarnao – Caos e miracoli

Cafarnao – Caos e miracoli

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Il piccolo Zain, arrestato per un fatto violento, in tribunale accusa i propri genitori di averlo messo al mondo.

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Diretto dalla regista libanese Nadine Labaki (Caramel, E ora dove andiamo?), Cafarnao in questo caso non è il villaggio evangelico israeliano, ma la parola araba che indica la confusione, il caos. Perché caotica appare da subito la vita della miserabile zona di Beirut dove vive il piccolo Zain, dodicenne con una schiera di fratelli e sorelle più piccoli di lui, un padre nullafacente e una madre che deve cercare quotidianamente qualcosa per sfamare la famiglia. Tutti senza documenti, per cui esposti ogni momento al rischio di essere arrestati, i familiari campano della carità interessata del padrone di casa, bottegaio che usa Zain come garzone e che mira a sposare la sorella undicenne del bambino. Quando però Zain scopre che i genitori sono disposti a cedere la sorellina come sposa per qualche vantaggio economico, cerca inutilmente di salvarla e poi scappa di casa. Nel suo vagare senza meta e alla ricerca di qualcosa da mangiare incontra Rahil, una donna etiope (anch’essa clandestina) che vive in una baracca di lamiera con Yonas, il figlio lattante. Rahil ospita Zain, che fa da baby-sitter al piccolo Yonas mentre la madre fa le pulizie in un ristorante, ma la situazione è rischiosa, al punto che entrambi verranno arrestati: lei perché senza documenti, lui per aver accoltellato l’uomo che la sorellina è stata costretta a sposare.

La Labaki mostra uno spaccato di miseria materiale e umana del Medio Oriente, cui una umanità quantitativamente crescente è costretta dalla guerra e dalla fuga dai suoi orrori. Con un taglio neorealistico (come non pensare a Sciuscià o altri film ad esso ispirati, come Central do Brasil o il recente Un sogno chiamato Florida?), la vicenda di Zain vuole essere un emblema di quello che ogni giorno succede a non molti chilometri dall’Europa ricca e tecnologicamente avanzata, miraggio di tutti quanti vorrebbero fuggire dalla guerra e assicurarsi un’esistenza meno precaria.

Ma la catena di dolore e di drammi che il film presenta – e che gli ha consentito di avere grandi successi internazionali: dalle nomination agli Oscar e ai Golden Globe per il miglior film straniero al Premio della Giuria a Cannes – cede spesso a un’esposizione forzata, che vuole a tutti i costi colpire lo spettatore, non solo con immagini di per sé veritiere e una serie di argomenti accumulati (profughi, traffico umano, pedofilia, soprusi legali, violenza domestica, e così via), ma con il filo rosso di un procedimento giudiziario con cui il film si apre e che dovrebbe tenere insieme la storia: Zain in tribunale cita i propri genitori come colpevoli della vita miserabile che gli è spettata. Le scene giudiziarie così però sono appesantite da dialoghi retorici (poco credibili in bocca a un bambino di quell’età), e che alla fine hanno il risultato di far apparire il tutto posticcio rispetto alle vicende del film, cui non basta il volto finale di Zain che si schiude a un timido sorriso per far pensare a una speranza se non reale, almeno realistica.

Beppe Musicco