Dove cadono le ombre

Dove cadono le ombre

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Un’infermiera in una casa di riposo per anziani rivive il suo passato, quando insieme ad altri bambini jenisch subì una pesantissima rieducazione

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La frase iniziale ci avverte che il film è ispirato a più di 700 storie vere. Storie sconosciute o quasi, fuori dalla Svizzera dove per sessant’anni, tra il 1926 e il 1986, un’associazione “filantropica” chiamata Pro Juventute portò avanti, con l’avallo del governo elvetico, un allucinante programma di “rieducazione”. Duemila bambini di etnia jenisch vennero sottratti alle famiglie e portati in istituti dove subirono maltrattamenti (bagni in acqua ghiacciata ed elettrochoc per reprimerne le “pulsioni”) ed esperimenti eugenetici, tra cui la sterilizzazione. L’obiettivo era stroncare il fenomeno del nomadismo. Numerosi impazzirono o si suicidarono.

Dove cadono le ombre, film dell’esordiente Valentina Pedicini (apprezzata autrice di corti e documentari), in concorso alle Giornate degli Autori (sezione autonoma della Mostra del Cinema) di Venezia 2017, è tratto dalle opere di Mariella Mehr, anch’essa vittima in gioventù di queste forme di tortura. Una storia potenzialmente fortissima, che la Pedicini racconta attraverso la vicenda di Anna, un’infermiera in una casa di riposo per anziani che è lo stesso istituto per “orfani” in cui subì violenze e in cui si legò a un’amica di nome Franziska, prima di esserne separata per essere adottata da una famiglia. Anna vive un’esistenza controllata e rigida, rigidità che fa pagare agli anziani che le sono affidati: l’unico “conforto” è l’amicizia con Hans, un minorato mentale che le fa da assistente (e non solo). Ma quando arriva tra gli ospiti l’anziana Gertrud, che fu responsabile (e aguzzina) dell’istituto e che cerca di ripristinare il suo potere psicologico su di lei, si riapre il vaso dei ricordi, scatenando sentimenti violenti e conseguenze imprevedibili.

Il film non nasconde alcuni momenti di durezza, nei numerosi flashback, ma anche nel presente (dove Anna, tra i pochi sfoghi, ha le partite notturne di poker con tre anziani, succubi della sua personalità). E sicuramente nel rapporto tra Gertrud e Anna ci sono elementi piscologicamente interessanti, nel gioco aguzzino-vittima. Ma il rigore compositivo, che pure svela un certo talento “pittorico” della giovane regista (inquadrature studiate, colori spenti), raggela la materia e rende abbastanza respingente il film, sicuramente molto impegnativo per lo spettatore (senza contare i numerosi finali). La scelta di non farne un film di denuncia è legittimo, per quanto la vicenda lo potesse consigliare. L’opzione del film autoriale ermetico e laconico, per quanto sostenuto dalle buone prove di Federica Rosellini e soprattutto di Elena Cotta (grande attrice di teatro, premiata anni fa a Venezia per Via Castellana Bandiera), risulta un po’ incomprensibile, e sicuramente controproducente. Per il film, che rimane per pochissimi coraggiosi o per addetti ai lavori, e per la pagina di storia che merita di essere conosciuta. Peccato.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...