Jong-su è un aspirante scrittore di racconti che lavora come corriere per guadagnarsi da vivere. Durante una consegna incontra Hae-mi, ex compagna di giochi e di scuola, con la quale inizia una relazione. Lei programma un viaggio in Africa durante il quale spera di trovare il significato della sua vita: quando tornerà accompagnata da Ben, un misterioso e ricchissimo giovane, il rapporto tra i tre inizierà ad incrinarsi a causa degli strani comportamenti del nuovo arrivato.

A 8 anni dal suo ultimo lavoro (Poetry, uscito nel 2010), Lee Chang-dong torna dietro la macchina da presa con un adattamento di un famoso racconto di Murakami, dal titolo Barn Burning.  A sua volta scrittore, oltre che sceneggiatore e regista, con i tempi lenti e misurati di Burning riesce di ampliare le sue prospettive su un mondo contraddittorio: con uno studio quasi sociologico sulla crisi delle giovani generazioni – e sulle colpe delle vecchie – la storia di Jong-su è emblema di un’assenza insopportabile che, in varie forme, investe tutti gli ambiti centrali dell’esistenza di ciascuno. Ma l’assenza di riferimenti e modelli a orientamento della vita è soltanto la prima delle cause della catastrofe che i protagonisti si trovano a vivere; ciò che inquieta nel ritratto di questa società è il vuoto, la mancanza di significato che investe la realtà intera, conducendola fino al paradosso; il gatto che vive nell’appartamento di Hae-mi e che Jong-su non ha mai visto esiste davvero? Il pozzo attorno al quale Jong-su e Hae-mi giocavano da bambini è reale? E ancora: da dove viene Ben e quali sono i suoi rapporti con Hae-mi?

Le relazioni tra i protagonisti e le stesse dinamiche narrative della vicenda sembrano mosse da una sorta di cieca casualità, un caos cosmico all’interno del quale chiunque si azzardasse a ricercare la verità sarebbe destinato a scomparire. È una realtà che lo stesso protagonista «non riesce a comprendere» e della quale non riesce a scrivere, perché alle sue insistenti domande di significato essa non può far altro che rimanere muta. Nella gestione di questo tempo sospeso il regista è un maestro: il bruciare del desiderio – anche sessuale – di Jong-su si scontra infatti con una lentezza narrativa volutamente estenuante, ravvivata soltanto da un colpo di scena che, nella parte centrale del film, apre a un mistero che lo spettatore non può non essere interessato a risolvere. Nelle ultime battute la storia prende infatti le tinte di un thriller psicologico, nel quale il confine tra allucinazione, paranoia e verità è difficilmente individuabile: se infatti i due personaggi maschili sono tutto sommato i perfetti archetipi del bene ingenuo contrapposto al male insinuante e ingannevole, la loro disperata ricerca senza meta li trasforma in veri e propri antieroi. Capaci soltanto di bruciare letteralmente se stessi e il mondo che li circonda per riuscire a percepire ancora un briciolo di umanità, il loro destino sembra essere stato scritto da una realtà deterministica, morta e asfissiante, che cannibalizza un desiderio originariamente sano fino a farlo diventare veleno da espellere per garantirsi la sopravvivenza. Crudele e cinica rappresentazione di una società che ha sacrificato l’uomo all’altare dell’autodeterminazione con la chimera di una falsa libertà, l’opera di Chang-dong tratteggia in modo impietoso gli abissi di un impoverimento umano quasi post-apocalittico e distopico,che è invece già la realtà nella quale viviamo.

Maria Letizia Cilea