Brutti e cattivi

Brutti e cattivi

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Una banda di reietti della società, con vari handicap fisici e mentali, progetta un colpo clamoroso

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Papero, Plissè, Merda. Sono un terzetto di nuovi mostri cinematografici di questa commedia nera: personaggi ai margini della società, davvero Brutti e cattivi. Il Papero, il più lucido e carismatico, è un paraplegico (con tatuaggi, orribile riporto e assoluta mancanza di pudore e rispetto verso chiunque), che vive di elemosina facendo scientemente leva sul senso di colpa dei “normali”, ma anche capace di far ruzzolare per terra un bambino che si rifiuta di dargli la monetina che gli spetta. Plissè è un nano, ma soprattutto è uno scassinatore fenomenale di qualsiasi serratura, e anche rapper volgarissimo. Il Merda – un soprannome che è tutto un programma – è un tossico irrecuperabile, dai capelli rasta, cui il “fumo” ha bruciato il cervello tanto da renderlo come un bambino. A loro si aggiunge Ballerina, bellissima ragazza senza braccia conosciuta dal Papero in parrocchia dove si trovano altri disabili… Tra loro scoppia una passione travolgente: li unisce l’amore e il desiderio di una vita ricca e felice; così, insieme agli altri due compari, escogitano un piano per svaligiare una banca dove sono depositati i soldi di una gang della mafia cinese. Un colpo da 4 milioni, che cambierà le cose per tutti…

Presentato alla Mostra di Venezia 2017 nella sezione Orizzonti e atteso da mesi come un’opera prima originale e irriverente nella sua programmatica scorrettezza (a partire, ovviamente, dal presentare un gruppo di disabili come personaggi completamente negativi), inizialmente Brutti e cattivi non delude certo tali aspettative: la prima parte è un susseguirsi di frasi e situazioni al limite, in cui l’esordiente Cosimo Gomez non risparmia allo spettatore nessuna nefandezza verbale e visiva (che ogni tanto dovrebbero anche far ridere: mah…). E se il furto prende una piega inaspettata, con un colpo di scena inaspettato ma non del tutto convincente, poi si susseguono altre violenze e trucidumi con l’ingresso di altri personaggi (un finto prete di colore, la banda dei cinesi). Mentre la storia diventa sempre più confusa e poco credibile, in una lotta di tutti contro tutti. Fino a una sterzata sentimentale nel finale – pur con altri colpi bassi, fin troppo studiati – meno imprevedibile di quel che si pensi, e introdotti dall’ingresso di un’altra figura, sempre ai margini della società ma di tutt’altro tipo.

L’operazione ha una sua dose di coraggio, in effetti. Ma in grado di attirare più critici e addetti ai lavori, alla ricerca un po’ schizofrenica di ogni tipo di novità purchessia, che il pubblico: il grottesco è materia davvero rischiosa da maneggiare, il rischio di passare dal mostruoso al repellente che semplicemente respinge i potenziali spettatori è altissimo. Come pure quello di “sconvolgere” molto meno chi lo vede. Alla fine, nonostante l’impegno di un gruppo di ottimi attori (Claudio Santamaria e Marco D’Amore su tutti, ma anche Sara Serraiocco) che ce la mettono tutta, di tutta questa overdose di immagini e parole in libertà in effetti non ci rimane molto, neppure una reazione scandalizzata. Doveva impressionare, questa opera prima; finisce in fretta nell’archivio delle occasioni mancate.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...