In Bruges – La coscienza dell’assassino

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Due killer, dopo aver ucciso accidentalmente un bambino, sono costretti a nascondersi in Belgio a Bruges, in attesa di una chiamata del loro capo con le istruzioni.

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Ray (Colin Farrell) e Ken (BrendanGleeson) interpretano due sicari al soldo di un malavitoso londinese, Harry (Ralph Fiennes). Durante l’ultima operazione Ray ha ucciso un bambino e perciò i due sono costretti a nascondersi a Bruges, cittadina belga dal centro storico medievale, in attesa di una chiamata di Harry che gli dia le istruzioni sul da farsi. Ken si gode le meraviglie storiche, Ray è tormentato dai sensi di colpa e odia la città. E la fantomatica chiamata tarda ad arrivare… Ma quando arriva, cambiano tutte le carte in tavola.
Esordio alla regia in un lungometraggio di Martin McDonagh, commediografo irlandesee vincitore nel 2005 dell’Oscar per il miglior cortometraggio. La carriera di McDonagh poi proseguirà negli anni a seguire con 7 Psicopatici e il recente e premiatissimo Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Questo In Bruges è un esordio singolare, che prefigura già tanti dei temi narrativi del cinema successivo del suo regista.
Lo spunto è semplice ma intrigante e suscita già in partenza diversi problemi morali: Ray ha ucciso un bambino innocente ed è schiacciato da questo peso, nella cittadina che con continui simboli religiosi (il sangue di Cristo nella chiesa, il Trittico del giudizio di Bosch,…) rimanda ad un “giudizio superiore” e alla speranza di un perdono. In questo assetto fortemente morale si inserisce il racconto di genere, la trama poliziesca di vendette di killer e di onore alla malavita, la sottotrama d’amore, l’umorismo nero e un sottobosco grottesco di personaggi secondari capeggiati dal nano di Jordan Prentice.
Il terzetto di attori protagonisti è straordinario: Farrell raramente è stato così bravo (premiato con il Golden Globe), ma sia Fiennes che Gleeson lo battono. I tre attori danno corpo con precisione ai tre personaggi di McDonagh, che già in questo film fa intuire che la caratteristica più peculiare del suo cinema sono proprio i personaggi. I veri colpi di scena sono le insospettabili svolte di umanità dei personaggi: lo spettatore quando li incontra si fa una certa idea di loro e sembra poi incredibile che possano fare quello che fanno; ci sembrano stupidi, violenti, egoisti, cattivi, e tutto ci aspetteremmo da loro tranne picchi di umanità. Il mondo è assurdo e violento, ma nonostante tutto l’odio è possibile uno sguardo pietoso, uno sguardo umano di perdono che fa rinascere (come nel finale, non dichiarato ma fortissimo) un rinnovato attaccamento alla vita da tempo sepolto.

Riccardo Copreni

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