Boyhood

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La vita di Mason Jr., in dodici momenti lungo dodici anni di vita, e le persone attorno a lui

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Una sfida e un’impresa: con Boyhood il regista Richard Linklater si è superato, nel suo continuo osservare il rapporto tra realtà e finzione. Se nei suoi cartoni animati Waking Life e A scanner Darkly le interminabili riflessioni sull’esistenza sembravano un (verboso) pretesto per un divertissment intellettuale e per una sofisticheria tecnica (con attori “trasformati in figure animate”), e se nella trilogia iniziata con Prima dell’alba e finita con la storia della coppia rivista ogni a volta a dieci anni circa di distanza era una buona imitazione della vita ma sempre nell’ambito di una “normalità” cinematografica (oggi si parla di sequel, ma le saghe ci sono sempre state), con Boyhood l’operazione ha del vertiginoso. La storia segue i personaggi in dodici anni, sempre con gli stessi attori di cui vediamo il crescere o l’invecchiare: Linklater ce l’ha fatta concentrando la storia in dodici giornate nell’arco dei dodici anni, e quindi potendo lavorare per pochi giorni all’anno. Appunto per dodici anni: sfidando così, più che il cinema, il tempo e la vita stessa. Così vediamo il piccolo Mason, sempre interpretato da Ellar Coltrane, che all’inizio ha 6 e alla fine 18 anni; e nelle sue continue, piccole ma poi sempre più evidenti trasformazioni, vediamo un bambino che diventa adolescente e poi giovane. Stesso discorso per la sorella Samanta (interpretata dalla figlia del regista, Lorelei Linklater); e, in modo meno sconvolgente (quanti attori “sembrano” invecchiare, grazie al trucco: in questo caso invece è tutto naturale), per i genitori separati, ovvero Patricia Arquette ed Ethan Hawke, già complice di Linklater nella citata trilogia. Di cui rivediamo alcuni temi e umori: due persone che si amano ma non sanno più stare insieme, il disagio dei figli separati dal padre, i sensi di colpa dei genitori per i propri errori.,Dal punto di vista strettamente narrativo, infatti, la storia raccontata non è particolarmente originale: vediamo due bambini piccoli, tristi per la lontananza dal padre che lavora in Alaska dopo la separazione dalla moglie con cui litigavano spesso. Poi lui torna, ma loro cambiano città: primo di tanti spostamenti, in cui i due bambini continuano a cambiare casa, scuola, amicizie in balia delle insicurezze e scelte sbagliate (come ammette lei stessa alla fine) della madre. Che proverà a ripartire con altri due mariti, che si riveleranno ubriaconi e violenti e avranno un pessimo rapporto con i suoi figli. I quali, una volta diventati grandi, saranno spinti a prendere la loro strada, salvo poi piangere amaramente, lei, per essere ormai sola e invecchiata. Ma c’è spazio per una serenità da famiglie allargate (il felice secondo matrimonio del marito lo vede far tesoro dei propri errori e ripartire con moglie e un terzo figlio, e rasserenarsi con l’ex moglie), mentre i figli crescendo vivono le tensioni (il rapporto con i patrigni, il bullismo a scuola), i primi amori, le prime delusioni e sofferenze. Con l’assolutismo di chi, al contrario dei “grandi” pieni di compromessi, vuole che tutto sia chiaro, certo, per sempre.,Se un certo entusiasmo della critica sembra forse esagerato per una storia che, al netto della trovata di costruzione di partenza, non ha particolari momenti di novità (e può mettere alla prova la pazienza il dilatare la vicenda per quasi tre ore di film), e se quella costruzione può sembrare un’impresa anche al limite dell’impudenza (la sceneggiatura era precisa fin dall’inizio: ma se, per disgrazia, fosse successo qualcosa a uno degli attori, la vita avrebbe fatto irruzione tragicamente dentro la storia?), non si può negare un brivido a vedere vita e cinema sovrapporsi in questo modo, sul volto di Mason e Samantha (e per lei si aggiunge inquietudine proprio perché è la figlia del regista…). Ma quel che alla fine salva l’operazione da un che di costruito, è la profonda conoscenza del cuore umano (che pure dava risultati forse più emozionanti, complessivamente, in Prima dell’alba e in Before Midnight). Non solo per la tenerezza che suscitano le confusioni personali di questi genitori scoppiati e infelici e di questi ragazzi confusi e a rischio di perdersi nei meandri dell’adolescenza. Ma perché, nel finale, con il candore e lo spaesamento continuo che contraddistingue il suo personaggio – grazie a un giovane attore che fa breccia nello spettatore con i suoi sorrisi disarmanti – di una serietà notevole per i suoi 18 anni («credevo che con Sheena fosse una storia vera»), Mason inchioda il padre e noi tutti con una semplice domanda. Di fronte a tutta questa confusione, nel film e nella vita, «qual è il punto?». Come si fa a non intenerirsi per un giovane che squaderna la sua necessità più profonda, il senso di quel che ha vissuto; e pure per quel povero genitore che non sa rispondere? Quel che sembra un film sulla confusione del vivere, si eleva con uno scatto d’ali a qualcosa di più di una fotografia dell’esistente. Come conferma la battuta finale di una ragazza che potrebbe essere qualcosa di bello nella sua vita: non “cogli l’attimo”, come tutti ti dicono, ma l’attimo ti coglie ora. Che grande intuizione.,Antonio Autieri,

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