Boris – Il film

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René Ferretti è alle prese con l’occasione della sua vita: tagliare i ponti con la tv e dirigere un grande film.

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Boris tratta di cinema italiano: non aspettatevi un 8 e ½ felliniano ricco di visoni poetiche od oniriche, e non c’è neanche bisogno di ricorrere alla metafora; Boris è diretto, sfacciato e non porta rispetto a nessuno. Nata come serie televisiva, è la storia di una scalcinata troupe che gira l’immaginaria soap opera “Gli occhi del cuore”. Capeggiata dal regista René Ferretti (Francesco Pannofino), è composta da una serie di personaggi tra il volonteroso e l’incapace, sempre alle prese con i capricci della produzione, degli attori o dei tecnici, con un continuo succedersi di situazioni grottesche e comiche che trovano l’ambiente ideale nella scarsa qualità della serialità televisiva.

Boris – Il film (per inciso, Boris è il nome del pesce rosso nella boccia che Ferretti tiene sul tavolo di regia come portafortuna) è la prosecuzione ideale degli episodi tv: Ferretti si rifiuta di girare l’ennesima scena vergognosa (un giovane Ratzinger che fa le capriole nel prato alla notizia della scoperta di un vaccino) e abbandona il set. Sembra destinato all’oblio, quando il suo produttore gli annuncia di avere i diritti del best seller “La Casta” e che ne vuole fare un grande film di denuncia, che Ferretti dovrà dirigere. Estasiato dalla prospettiva di abbandonare la tv per passare al cinema, René scarica tutti i vecchi compagni di lavoro e si prepara ad affrontare il nuovo ambiente, per scoprire che forse è ancora peggio di quel che aveva lasciato.

Ricco (anche senza il bisogno di far nomi) di allusioni al sistema produttivo italiano, Boris è comprensibile e godibile da chiunque: i personaggi dell’attrice cagna a recitare (Carolina Crescentini), gli sceneggiatori di sinistra che sfruttano i giovani scrittori, la sempre stressata assistente di produzione (Caterina Guzzanti), l’attore vanesio (Pietro Sermonti) e così via fanno ridere e accapponare la pelle al tempo stesso. Altro che Hollywood o professionismo: in Boris sono tutte mine vaganti, dal produttore che parla di libri che non ha mai letto, al direttore della fotografia (cocainomane) che va per tentativi, chiedendo consigli ai primi che passano. Non ci fanno una miglior figura gli attori e neanche il pubblico: quando, dopo una serie di rovesci, il film sembra destinato a non essere neanche terminato, l’idea che salverà capra e cavoli sarà di trasformarlo in un cinepanettone. Voilà quindi Natale con la casta, commediaccia infarcita di volgarità e bramini indiani che sbancherà il botteghino, rendendo tutti più ricchi e seppellendo definitivamente le aspettative autoriali del povero Ferretti. Una volta tanto la commedia cinematografica italiana esce dai soliti schemi, caratterizzazioni regionali, storie di corna, scherzi di bassa lega, e ride, intelligentemente e spietatamente, di se stessa.

Beppe Musicco

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