Vincitore del premio Un Certain Regard al Festival di Cannes, Border – Creature di confine è la seconda regia di Ali Abbasi. Danese di origini iraniane ed esordiente con l’horror Shelley nel 2016, trae ispirazione per la sua opera dal breve racconto di John Lindqvist, scrittore svedese di fama internazionale e già noto al mondo del cinema per essere l’autore del bestseller Lasciami entrare, da lui stesso adattato per l’omonimo film di Tomas Alfredson.

Più di una sfumatura horror torna anche nella storia di Tina: donna di aspetto massiccio e sguardo minaccioso, è dotata di un legame viscerale con la natura e di un olfatto che le fa decifrare sentimenti e colpe di chiunque le passi davanti. Questa strana dote le permette di guadagnarsi da vivere lavorando come guardia alla dogana, dove come un segugio annusa i crimini dei viaggiatori a metri di distanza, costringendoli a confessare le loro colpe o a consegnare materiale illegalmente trasportato. I tratti vagamente bizzarro-fantastici della storia prendono una piega decisamente perturbante con la comparsa di un viaggiatore dall’aspetto molto simile al suo – tanto da sembrare il suo doppio maschile – che lei sa essersi macchiato di una grave colpa, per lei destinata a rimanere indecifrabile. Lo scontro con questo mistero insondabile eserciterà un certo fascino su di lei, portandola ad avvicinarsi a questo losco figuro, il quale inaspettatamente le svelerà dei segreti inconfessabili sulla natura della loro condizione e sul destino che li attende.

La bizzaria di una vicenda che trae le sue origini dalla mitologia nordica ha un certo fascino sullo spettatore, da subito trasportato in un mondo di ghiaccio e anaffettività, dentro il quale la protagonista della storia desidera nascondersi con tutte le sue forze. La sua bruttezza quasi animalesca la costringe però ad autodenunciarsi come figura inadeguata in ogni singola sequenza: costantemente ingombrata da primi piani asfissianti su sguardi e micro espressioni della bravissima – e truccatissima – interprete Eva Melander, l’intera messa in scena fa un’enorme lavoro nel farci percepire il distacco di Tina da un mondo umano che sembra non appartenerle e dal quale mantiene le dovute distanze. La mancanza di contatto umano è però bilanciata da un legame fortissimo con la foresta vicino alla quale vive e di cui il suo spirito si nutre, con la sensazione di essere parte di una realtà altra e sotterranea che è lì in attesa di essere scoperta. L’arrivo dell’ancor più inquietante protagonista maschile crea una frattura nella sua routine, che lascia velocemente il passo ad una tormentata storia d’amore non priva di colpi di scena, focalizzata sulla scoperta di una diversità troppo a lungo sublimata e valevole di essere vissuta a pieno. Il ramo narrativo principale funziona bene e si giostra tra i toni drammatici e quelli sovrannaturali, non mancando di spiazzare lo spettatore più sensibile con qualche scena forse un po’ troppo esplicita. Scoperto il mistero, mostrate le reazioni e le conseguenze della rottura del velo drammatico, la messa in scena inizia però a perdere di verve; autocompiacendosi delle situazioni più bizzarre e innestando il suo focus su una sotto trama debole e raffazzonata, coinvolge temi quali la pedopornografia e l’abuso infantile, trattati peraltro in modo confuso e troppo superficiale per essere adeguatial contesto fin lì costruito.

L’atmosfera mitico-fantastica va dunque ad infrangersi con un eccesso di cinismo, smaccatamente mirato a denunciare la disumanità degli umani e la falsità di coloro che, di bell’aspetto e di buoni propositi, si rivelano marci e guidati da un istinto cieco e bestiale. Il confronto tra i due poli della moralità è quindi facile e banalizzante, e nel generale appesantimento della trama ci perdiamo anche le conseguenze e l’evoluzione che il coinvolgimento emotivo della protagonista sembravano prometterci nella prima fase della vicenda. Lo scioglimento del dramma è accompagnato dalla ri-scoperta di un’umanità che contraddistingue la protagonista e che si rivela essere più determinante della sua appartenenza genetica: un colpo di coda evidentemente efficace, che chiude la parabola esistenziale di Tina in modo coerente. Ma che non basta a salvare un film strutturato sulla creazione di grandi aspettative e grandi rivelazioni, poi dissipate nella prevedibile equazione buono-cattivo, mostruoso-umano che tanto sa di manicheismo e di semplificazione autocompiaciuta.

Maria Letizia Cilea