Bohemian Rhapsody

Bohemian Rhapsody

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La carriera e la vita di Freddie Mercury, dal suo incontro con quelli che poi sarebbero con lui diventati i Queen all’apoteosi del Live Aid

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C’è chi sostiene che una vita così variegata e complessa non può essere incasellata in un biopic, anche se dura più di due ore. Obiezione comprensibile se si pensa a chi era Freddie Mercury, cosa ha rappresentato per circa un ventennio nel panorama musicale mondiale, per non parlare del fatto che le sue canzoni continuino a essere ascoltate ancora oggi in ogni parte del mondo. Ma, per quanto possa essere ristretta l’angolatura di Bohemian Rhapsody, o limitata a scene dal sicuro effetto, come l’inizio e la fine del film che si dilungano sul memorabile concerto di Wembley del 1985 (una delle più iconiche performance di un leader di rock band nella storia della musica), non si può negare che il film abbia un suo fascino nel rappresentare il fruttuoso sodalizio artistico e amicale dei quattro componenti. Nonostante non siano mancati i problemi produttivi: a parte i diversi avvicendamenti di registi e protagonisti, anche Bryan Singer che firma la regia a un certo punto fu licenziato dalla Fox e, pare, sostituito in corsa per la postproduzione. Ma la firma, alla fine, è rimasta a lui.

Dal lavoro come scaricatore di bagagli all’aeroporto di Heathrow, a una famiglia tradizionalista, attaccata alle proprie origini persiane, la vita di Farrokh Bulsara/Freddie Mercury (interpretato in maniera assolutamente convincente da Rami Malek) è scandita dagli incontri, prima coi suoi primi compagni di musica Brian May e John Deacon, poi dalla relazione con Mary Austin (Lucy Boynton, già alquanto apprezzata in Sing Street), con la quale stava per convolare a nozze, salvo rivelarle la propria omosessualità.

Frequentazioni che stimolano la creatività di Freddie Mercury, e che il film esalta nella descrizione di come sono nati alcuni dei più famosi successi della band, tra alti e bassi, tensioni che sembrano mandare tutto all’aria, ma che si risolvono in una genialità il cui apice è certamente rappresentato dalle varie fasi attraverso le quali un capolavoro di originalità come “Bohemian Rhapsody” è giunta alle orecchie degli ascoltatori (da segnalare anche il cameo di Myke Myers nel ruolo del produttore che rifiuta la canzone perché troppo lunga, un debito dell’attore canadese dai tempi di Fusi di testa che la rilanciò), brano che è anche perfetta sintesi della personalità del suo autore/cantante.

È gustoso anche notare come il ruolo della band nel film non sia mai secondario, come ci si sarebbe potuto aspettare trovandosi di fronte a una personalità come quella di Freddie Mercury, ma sempre centrale, in un’aura di affetto reciproco che solo gli eccessi di alcol, droghe ed comportamenti sessuali del suo leader potevano mettere in crisi. Così Bohemian Rhapsody non è semplicemente un accumulo di informazioni sulla vita di un personaggio di successo, ma una chiave importante per cogliere i sentimenti di una persona, degli individui cui voleva bene, ma anche di chi lo ha tradito (come nel caso di Paul Prenter, suo manager e convivente, che poi vendette informazioni personali – anche incriminanti – su Mercury). E Rami Malek da parte sua riesce a rendere molto bene quel mix di gioiosità, irrequietudine e malinconia che è stata la vita del protagonista, ben sintetizzata da quella meravigliosa esibizione al Live Aid, che ancora adesso fa rimpiangere di non poter più partecipare dello straordinario talento di Freddie Mercury.

Beppe Musicco

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