Blinded by the Light – Travolto dalla musica

Blinded by the Light – Travolto dalla musica

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Nell’Inghilterra di Margaret Thatcher, un ragazzo di origini pachistane, aspirante scrittore, ascolta per la prima volta la musica di Bruce Springsteen.

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Il sedicenne Javed, figlio di immigrati pachistani, vive con la sua famiglia a Luton, in Inghilterra. È il 1987 e la crisi economica, la disoccupazione – che costa il posto di lavoro al padre – e i problemi di integrazione sono all’ordine del giorno. Javed ama scrivere, ma fatica a trovare la propria voce, e si vede oppresso dalla sua piccola cittadina e dalle aspettative del padre. Ma quando un compagno di scuola lo introduce per la prima volta alla musica di Bruce Springsteen, Javed viene quasi folgorato: nel “Boss” scoprirà un modo nuovo di esprimere ciò che prova, e si sentirà spinto sempre di più a inseguire i propri sogni di indipendenza e realizzazione.

Diciassette anni dopo Sognando Beckham (2002), la regista Gurinder Chadha – che più di recente abbiamo visto dirigere Il palazzo del Viceré – torna a scrivere e dirigere una pellicola che racconta i sogni di un giovane che, dalla periferia di Londra, cerca la propria strada nel mondo, tra desiderio di libertà e rapporto con le proprie radici. Questa volta la passione del protagonista non è legata al calcio, ma alla voce di Springsteen e alla capacità espressiva dei suoi testi. Splendida la colonna sonora, che alterna ai brani del Boss le hit degli anni 80 e musica della tradizione pachistana (il compositore è A. R. Rahman, pluripremiato per The Millionaire). Grazie ai testi in sovrimpressione e ai balli scatenati dell’attore emergente Viveik Kalra, le canzoni del Boss si trasformano in veri e propri numeri musicali; il cantante stesso ha dato in concessione dodici brani e una versione acustica di “Darkness on the Edge of Town”.

Blinded by the Light racconta lo scambio generazionale, dove il terreno di dialogo può venire offerto proprio dalle parole dirompenti di Springsteen, capaci in realtà di parlare sia ai genitori che ai figli, e di dare voce ai valori profondi che li accomunano: l’impegno, la fiducia nei sogni, ma soprattutto la voglia di rialzare la testa anche in un mondo rassegnato e disilluso. Il giovane Javed, che da sempre scrive e ascolta musica senza conoscerne la vera ragione, si trova improvvisamente descritto dalle parole di un cantautore che pure è americano e quasi “datato” per i suoi coetanei; questa sintonia, capace di superare i limiti geografici e culturali, lo sprona allora a rimettersi all’opera con una nuova coscienza.

Purtroppo la storia non si prende qualche rischio in più, lasciando tutto troppo dichiarato – dalle ambizioni alle prese di coscienza del ragazzo – e trovando poco spazio per approfondire alcuni rapporti tra Javed e i numerosi amici o adulti nella sua orbita. Interessante però l’idea che, nel desiderio galoppante di realizzarsi come individui, si rischi di non sentire la voce e le esigenze di chi si ha accanto, e che persino i testi del proprio idolo vadano riconquistati e compresi con il tempo.

Roberta Breda