Blade Runner 2049

Blade Runner 2049

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Trent’anni dopo gli eventi del primo film, l’agente K della Polizia di Los Angeles è in caccia di vecchi replicanti. E la scoperta di un segreto pericoloso lo porta alla ricerca di Rick Deckard

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Era il 1982 quando uscì Blade Runner, capolavoro di fantascienza tratto da un romanzo di Phlilip Dick firmato da Ridley Scott che peraltro modificò in seguito in nuove versioni (director’s cut e final cut) che avrebbero cambiato parecchio il senso di quel film. La storia era ambientata in un futuro lontano e apocalittico, che peraltro è il nostro quasi presente: gli eventi si svolgevano infatti nella Los Angeles del 2019, e quell’ambientazione notturna e piovosa ha fatto epoca ed è stata imitata e copiata da film, romanzi e spot pubblicitari. Quanto alla capacità di immaginare il futuro, magari non abbiamo “robot umani” come erano Roy e Rachael, ma quel senso di precarietà esistenziale che investiva il presente e il futuro, quel senso di minaccia incombente fa parte delle ossessioni contemporanee. Senza dire dell’invadenza della tecnologia, ovviamente.

L’idea di un sequel, immaginata e rinviata da decenni dallo stesso Ridley Scott, spaventava chi sa come spesso tali operazioni finiscano male: certi cult movie devono rimanere oggetti unici. La scelta di Scott di sorvegliare sul progetto in qualità di produttore, una volta deciso di realizzare Blade Runner 2049, affidandone la regia all’ottimo Denis Villeneuve è stata sicuramente accorta: Villeneuve, nato in Canada nel 1967 e reduce da un bellissimo film di fantascienza “esistenziale” come Arrival, è tra i registi migliori della sua generazione. E poteva garantire fedeltà – per quanto possibile – alla materia originale ma al tempo stesso sguardo originale e personale, tale da non farsi schiacciare dal peso del confronto. Con tutte le premesse del caso, già esposte, sui limiti di un’operazione simile diremmo che c’è riuscito: Blade Runner 2049 è un bel film, teso e pieno di spunti. Regge il confronto con quel modello? Sì. Arriva a quelle vette di visionarietà e di profondità esistenziale? No, ma era impossibile chiederglielo. Blade Runner, che nel 1982 fu un insuccesso commerciale (uscì in contemporanea con E.T., tra le altre sfortune…), è diventato un cult movie nel tempo. Avere il compito di cercare di entrare nel mito con un sequel è impresa impossibile, come tutto ciò che si cerca di pianificare a tavolino. Ma se l’obiettivo dei produttori e del regista era di non sfigurare, ci sono pienamente riusciti.

Della storia non si può dir molto, anche per le richieste pressanti – e legittime – di Villeneuve di non privare il pubblico dell’effetto sorpresa per i tanti colpi di scena. Come da titolo e da materiali ufficiali, si può dire questo. Siamo a trent’anni dagli eventi del primo film. C’è un poliziotto, dalla sigla K (cui Ryan Gosling consegna quell’inquietudine naturale che contraddistingue molti suoi personaggi), che è sia un blade runner che uno dei replicanti di nuova generazione (perfetti e soprattutto obbedienti): il suo compito è dare la caccia a vecchi modelli Nexus ancora in circolazione, che hanno cercato di dissimulare la propria identità e di vivere una impossibile “umanità”, arrestandoli o “ritirandoli”. Sin da subito, con la dialettica tra questo personaggio e altri con cui ha o avrà a che fare (a partire dal suo capo, una donna molto decisa interpretata da Robin Wright), si aprono scenari di riflessione sui desideri di libertà e di umanità di macchine che dovrebbero essere schiavi “senz’anima”; e progetti diabolici sulla società e chi la abita da potenti senza scrupoli. Blade Runner 2049 svela subito un colpo di scena che lo riaggancia con forza al primo film e al tempo stesso fa partire l’agente K – e noi con lui – in una frenetica ricerca di indizi e tracce alla ricerca della verità, con il rischio però di imbattersi in false piste e pericoli in quantità. In tutto ciò, vediamo nuovi personaggi riusciti (uno dei più interessanti è una specie di “ologramma femminile”…), altri più “scritti” che realmente efficaci (quello di Jared Leto su tutti, ed è una pecca di un film pieno di immagini fortissime ma che ogni tanto si incaglia nelle parole). Ma l’attesa è ovviamente per il ritorno di Rick Deckard, ancora interpretato da Harrison Ford: ex blade runner che nessuno sa dov’è e che a un certo punto si paleserà.

Ai suoi detrattori Blade Runner 2049 sembrerà più un gran film di fotografia (firmata da Roger Deakins) e ambienti scenografici impressionanti che di narrazione: il ritmo a tratti langue, non c’è quel pathos legato a una storia semplice ma dai significati radicali (i replicanti condannati a una data di scadenza che chiedevano “più vita” al loro creatore), la solita durata esagerata di quasi tutti i blockbuster contemporanei non aiuta (il “vecchio” film, nelle sue varie versioni, non superava le due ore) e non tutti i colpi di scena sembreranno così sorprendenti. Ma al netto di un’operazione che, lo ripetiamo, può essere guardata con perplessità fin dall’inizio, e di un confronto impari con l’originale, è un ottimo film (che oltre tutto cresce nel finale, fino a un bell’epilogo) che ha buone possibilità di conquistarsi un posto sia nell’immaginario visivo di una nuova generazione di appassionati di cinema che per le riflessioni che pone sull’uomo, sulla sua origine di creatura, sul suo destino e sulla realtà tutta, con echi religiosi e filosofici che non sembra forzato individuare.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...