Era stato un divo di Hollywood, come interprete del supereroe Birdman. Ora, invecchiato e fuori forma, il suo tempo sembra definitivamente passato; e così un minimo di ordine nella sua vita, ormai compromesso tra moglie separata, figlia appena uscita dalla disintossicazione e amante pretenziosa. Per rilanciarsi, e dimostrare il suo valore a se stesso e agli altri, Riggan Thompson vuole mettere in scena una pièce teatrale a Broadway: teatro serio, impegnato, un adattamento da “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?” di Raymond Carver di cui essere autore, regista e prim’attore. Ma non è uno scherzo, tra interpreti che si fanno male e sostituti talentuosi ma assolutamente folli, donne legate a lui che lo assediano, incidenti di vario tipo, propensione personale al disastro. E poi giornalisti ignoranti, critici odiosi, un produttore sull’orlo di una crisi di nervi, la sua mente che rischia di perdere del tutto ogni contatto con la realtà. Birdman (o L’imprevedibile virtù dell’ignoranza, come recita un sottotitolo criptico che sul finale si comprenderà), sesto film di Alejandro González Iñárritu, è il film più ambizioso e riuscito del regista messicano. Mettendo in scena la parabola di un ex divo ormai in declino (nei cui panni si cala il grande Michael Keaton, già Batman nei film di Tim Burton tanto per rendere facile l’identificazione), Inarritu mette alla berlina un mondo di artisti falliti e presuntuosi, con i loro tic e i loro vizi, e di tutto ciò che gli gravita attorno (i media, il pubblico), ma senza far diventare quei personaggi uno zimbello da cui prendere le distanze. In Riggan come in sua figlia (Emma Stone, sempre più brava) e perfino nel folle Mike Shiner (uno strepitoso Edward Norton) c’è una confusa, disperata ansia di riscattare la propria esistenza dall’insensatezza, pur mascherata da ambizioni personali, frustrazioni ridicole, volgarità di linguaggio e amoralità di comportamenti. Un campionario di depressioni e follie che non impediscono di mostrare sprazzi di ricerca sincera dell’arte e dell’espressione di sé attraverso la recitazione.

Birdman, candidato a 9 premi Oscar (poi diventati 4 premi: miglior film, regia, sceneggiatura originale e fotografia), è oltre tutto la conferma del talento registico di Innaritu. Che però, al contrario che nei suoi precedenti, celebrati film (Amores perros, il debutto in patria che lo rivelò, e poi gli hollywoodiani 21 grammi e Babel, prima del ritorno alla lingua spagnola in Biutiful), sublima le sue capacità tecniche al servizio di un progetto dove il virtuosismo arriva a vette notevoli ma senza risultare un monumento a se stesso, quanto funzionale alla sfida del progetto. I lunghissimi piani sequenza (frutto di lunga preparazione prima delle riprese), tra camerini e quinte teatrali, sono sì un pezzo di bravura formidabile ma anche lo strumento per farci entrare nel contesto disordinato e ansiogeno della compagnia teatrale (stile che ricorda certi film di Altman); e così pure certe inquadrature, tagli di luce e giochi di specchi, e perfino l’uso della batteria come tema musicale principale che contribuisce ad accrescere il senso di catastrofe incombente. Così i tanti momenti in cui Riggan rischia la schizofrenia – con tanto di personaggio di Birdman che incombe su di lui – sono folgoranti quanto ben inseriti e giustificati. Come i dialoghi pungenti e sopra le righe, le tirate contro attori celebri o critici pieni di sé, i tanti riferimenti a chi appartiene a un mondo (in cui narcisismo, presunzione e depressione si alternano di continuo) ma apprezzabili anche da chi semplicemente lo osserva, con passione o curiosità, dall’esterno. Non senza uno sguardo certo non accondiscendente con lo stesso protagonista, vittima del “sistema” ma anche con i vizi di tutti e con il complesso dell’artista incompreso. Ma c’è spazio anche per momenti esilaranti, come gli scontri tra Riggan e Mike o la scena “cult” in cui il protagonista rimane chiuso fuori dal teatro in condizioni imbarazzanti. Tanti elementi di un film che è un fuoco d’artificio continuo, a tratti davvero spiazzante, forse con troppi ingredienti, e certo troppi finali (ma l’ultimo, quello buono, è tanto assurdo quanto perfetto). Un’opera maiuscola, destinata a soddisfare – se non addirittura a entusiasmare – gli spettatori dai palati più fini, quanto forse a lasciar freddi chi non ama operazioni con una certa complessità.

Antonio Autieri