Bianca come il latte, Rossa come il sangue

Bianca come il latte, Rossa come il sangue

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Amore e dolore ai tempi del liceo.

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“Ognuno di noi ha avuto un educatore. Di che cosa gli è debitore? Di un risveglio. Prima camminavamo attraverso la vita, senza sapere che cosa fosse la vita veramente. Poi, l’educatore ci ha strappato dal sonno”. Si adattano bene le parole del sacerdote e filosofo polacco Józef Tischner all’idea che guida la narrazione di Bianca come il latte, rossa come il sangue, adattamento cinematografico del romanzo di Alessandro D’Avenia, che segna l’esordio al cinema della Lux Vide, casa di produzione televisiva nota per Don Matteo e per tante biografie di poeti, santi e navigatori. Protagonista del film è Leo, un simpatico sedicenne che, come tanti ragazzi della sua età, si divide tra partite di calcetto, corse in bicicletta con la musica dell’ipod nelle orecchie, compiti copiati, partite di ping pong, amicizie indissolubili, primi turbamenti amorosi. La sua vita cambia quando finalmente, dopo mille esitazioni, si decide a dichiararsi alla bellissima Beatrice, una ragazza più grande che frequenta la stessa scuola. È a questo punto che la vita di Leo cambia: non perché Beatrice corrisponda o meno il suo amore ma perché, con sgomento, il ragazzo scopre che la sua amata soffre di leucemia e probabilmente è destinata presto a morire. La realtà, in tutta la sua durezza, e senza fare sconti, entra nella vita del ragazzo, che fino ad allora aveva vissuto nella più completa spensieratezza. Delle due risposte possibili, se chiudersi a riccio ritenendosi in credito con la vita oppure aprirsi al reale, accettando che la crescita verso l’età adulta passi anche attraverso il dolore, Leo sceglierà prima l’una e poi l’altra. Aiutato in questo passaggio dalla stessa ragazza (che da sogno proibito diventa una vera Beatrice dantesca) e – chi l’avrebbe mai detto – da un professore, un supplente d’italiano di cui non sapremo mai nulla, neanche il nome (come già nel romanzo, per non mitigare una funzione archetipica volutamente cristallizzata, perché vista attraverso gli occhi del protagonista). L’educazione, insomma, diventa protagonista di un risveglio, non si limita al prontuario di regole da seguire ma si sostanzia come un’introduzione profonda alla realtà. Una realtà, tra l’altro, che non erge pudici paletti, ma è capace di comprendere e accogliere, sia pure in maniera burrascosa, anche il trascendente.

È una vera sorpresa che un film italiano riesca a raccontare questa storia senza improvvisi rovesci sentimentalisti o cadute nel cinismo. Giacomo Campiotti, attivo negli ultimi anni soprattutto in televisione (Preferisco il Paradiso, La figlia del capitano, Maria di Nazareth; la sua ultima regia cinematografica, Mai più come prima, risale al 2005) ha spiegato di aver girato il film “ad altezza di ragazzo”, assecondando anche nella fotografia e nella composizione delle inquadrature le idealizzazioni, gli schematismi e i bruschi cambi di umore tipici dell’adolescenza (scelta simile, per certi versi, alla scrittura mimetica del romanzo, in cui Alessandro D’Avenia ha simulato il linguaggio e le esagerazioni che possono esserci nel diario di un sedicenne). Fabio Bonifacci, che ha scritto la sceneggiatura in coppia con l’autore del romanzo, ha saputo aggiungere da par suo note ironiche e umoristiche, lì dove ce n’era bisogno, e ha contribuito a rendere visive le scene che nel libro erano discorsive (il confronto decisivo tra il mentore e l’allievo non avviene durante una passeggiata in strada ma sul ring, durante un allenamento di boxe). Il risultato del mescolarsi di queste diverse sensibilità è un film atipico e originale, che sembra tenersi in equilibrio danzando sulle punte, e che stupisce per la freschezza e la sincerità. Una vera boccata d’ossigeno nel panorama del cinema nazionale, per il ritratto che sa fare dell’adolescenza: un ritratto finalmente aperto alla speranza – che, come detto, non nega l’ipotesi religiosa – e spogliato dei pesanti luoghi comuni a cui per anni ci ha abituato certa pessima narrativa (per cui, curiosamente, il film sembra assomigliare più ad alcuni prodotti d’oltreoceano che hanno come tema la crescita e l’educazione). Alcuni puristi potrebbero non apprezzarne lo stile narrativo e di ripresa, che sembra debitore molto della prassi televisiva a cui sono abituati regista e produttori, ma non potranno non amare i personaggi, grazie all’efficace interpretazione dei bravi e giovanissimi attori: forse Luca Argentero (che interpreta il prof), versato nelle parti brillanti, deve crescere ancora molto come attore drammatico. Il suo ruolo, però, è marginale e non inficia minimamente l’alchimia che si crea tra Filippo Scicchitano – una certezza, ormai, più che una promessa – Gaia Weiss,di grande naturalezza nel ruolo non facile della donna angelicata da “dolce stil novo”, e soprattutto Aurora Ruffino, dolcissima e pimpante nel ruolo di Silvia, l’amante non corrisposta. Senza dubbio, la miglior amica che tutti noi avremmo voluto avere.,Un film pensato per gli adolescenti, senz’altro, ma che non mancherà di conquistare gli adulti (tra i fan del libro ci sono tantissimi educatori e insegnanti), tutti quelli che ricordano con nostalgia le risate e le lacrime dei tempi del liceo e che credono, con Giovanni XXIII, che “la vita è la realizzazione del sogno della giovinezza”.

Raffaele Chiarulli

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