Berlino, il passato e i segreti

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"The Operative" con Diane Kruger e Martin Freeman

Nuovi film proposti al festival tedesco da Hans Petter Moland, Agnieszka Holland e Yuval Adler

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Diario da Berlino – puntata numero 4

Out Stealing Horses di Hans Petter Moland, con Stellan Skarsgård

Il concorso principale della Berlinale è entrato nel vivo e schiera altri nomi conosciuti e storie interessanti. Il norvegese Hans Petter Moland, che alla Berlinale è già stato nel 2004 con Beautiful Country, nel 2010 con A somewhat gentle man e nel 2014 con In ordine di sparizione (di cui ha appena girato anche il remake americano con Liam Neeson), è accompagnato dal suo attore feticcio, Stellan Skarsgaard. Alla star svedese Moland offre un ruolo fatto di pochi dialoghi e molti silenzi (compensati da un’intensa voice over), il narratore di una storia che affonda le sue radici nel passato. Out Stealing Horses, tratto dal bestseller di Par Pettersen, racconta la storia di un ritorno, quello dell’anziano Trond, nei luoghi della sua dove ha trascorso l’estate dei suoi 15 anni insieme al padre che di lì a poco avrebbe perduto. Un’estate fatta dell’esplorazione senza freni della natura incontaminata, ma anche di lutti drammatici e di scoperte che avrebbero segnato per sempre la sua vita e con cui ora è pronto a fare i conti. Il passaggio tra i piani del racconto è fluido e poetico, i rapporti mostrati in sguardi e dettaglio piuttosto che “detti” nei dialoghi. E nonostante questo il film di Moland non riesce a convincere fino in fondo. Forse perché gli manca un affondo risolutivo sul suo personaggio, che dia un senso più profondo a questo viaggio nella memoria.

Mr. Jones di Agnieszka Holland

È un ritorno anche quello di Agnieszka Holland, che due anni fa con Spoor aveva vinto l’Orso d’argento e quest’anno sceglie di raccontare uno dei drammi meno conosciuti del Novecento, l’Holomodor, la carestia che tra il 1932 e il 1933 uccise milioni di contadini ucraini. Non un fenomeno naturale, ma l’effetto voluto delle politiche di Stalin, che con il grano ucraino finanziava l’espansione industriale sovietica e nello stesso tempo si liberava di milioni di potenziali oppositori. Mr. Jones è la storia di Gareth Jones (l’ormai lanciatissimo James Norton), il giovane giornalista gallese che svelò al mondo quello che stava accadendo dopo essere riuscito rocambolescamente a recarsi in Ucraina e a aver visto con i suoi occhi la tragedia che si stava compiendo. Una voce destinata a rimanere inascoltata di fronte alla connivenza di voci più autorevoli, come quella del giornalista americano premio Pulitzer Walter Duranti (Peter Sarsgaard), residente a Mosca e deciso a sostenere Stalin nonostante tutto. Il film della Holland intreccia la vicenda di Gareth Jones con la scrittura da parte di Orwell de La fattoria degli animali, allegoria trasparente del regime stalinista. Se i temi trattati dal film sono certamente urgenti (non solo il cinismo di un regime disposto al sacrificio di milioni, ma anche e soprattutto la libertà di stampa e la lotta tra amore per la verità e obbedienza a un’ideologia) e lo stile visivo della Holland riconoscibile, il film alla fine risulta fin troppo classico nell’impostazione e talmente preso dal desiderio di dire cose importanti da non trovare il sistema più efficace per farlo.

Non manca di ritmo invece The operative dell’israeliano Yuval Adler, storia di spionaggio tratta dal romanzo The English Teacher di Yiftach Reicher Atir. L’agente del titolo è Rachel Currin (ma la vedremo assumere altri nomi e identità), interpretata efficacemente dalla poliedrica Diane Kruger, che con la protagonista condivide l’appartenenza a tante nazionalità e la capacità di esprimersi in lingue diverse. Esprimersi nel senso più ampio del termine perché la lingua, come l’identità che le spie assumono, cambia inevitabilmente il loro sguardo sulla realtà, il loro modo di pensare il mondo e se stessi. È a questo spirito della vita della spia, piuttosto che a un caso particolare o a un’agenzia particolare (anche se la storia si svolge all’interno del Mossad israeliano, di cui aveva fatto parte anche l’autore del romanzo da cui è tratta) che è dedicato il film. Tutto inizia con una telefonata, una frase in codice. Per Thomas (Martin Freeman), inglese ed ebreo lui pure agente del Mossad, è tutto quello che serve a capire che Rachel è tornata. Thomas l’ha “diretta” in alcune operazioni in Iran, legate al programma di sfruttamento dell’energia nucleare, forse a scopi militari. Ora però la donna è decisa a far saltare il banco, bisogna fermarla a tutti i costi e Thomas, che la conosce meglio di ogni altro, è l’unico che può ricostruire la sua storia e sperare di ritrovarla. Adler evita la spettacolarità facile e si concentra sui rapporti umani, parla di fiducia e inganno, di lealtà e appartenenza attraverso un genere, quello spionistico, che si presta benissimo a una riflessione esistenziale. Proprio come aveva fatto con Bethlehem (presentato qualche anno fa a Venezia), un’altra vicenda di spie dai profondi echi esistenziali.

Laura Cotta Ramosino